|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel Gödel’s Proof New York University Press - New York - 1958 Paolo Boringhieri - Torino - 1961 trad. di Luigi Bianchi |
|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel 1. Introduzione |
| Nel 1931 apparve, su un periodico scientifico tedesco, un lavoro relativamente breve dal titolo poco rassicurante: Über formal unentscheidbare Sätze der “Principia mathematica” und verwandter Systeme [Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei Principia mathematica e di sistemi affini]. L’autore era Kurt Gödel, allora giovane matematico venticinquenne dell’Università di Vienna, il quale nel 1938 divenne membro permanente dell’Istituto per gli studi superiori di Princeton. Quel lavoro è una pietra miliare nella storia della logica e della matematica. Quando la Harvard University conferí a Gödel la laurea honoris causa nel 1952, la motivazione descrisse il lavoro come uno dei piú importanti progressi conseguiti in logica, nei tempi moderni. Alla sua comparsa, tuttavia, né il titolo né il contenuto dell’articolo di Gödel erano comprensibile per la maggior parte dei matematici. I Principia mathematica citati nel titolo sono i tre volumi del monumentale trattato di Alfred North Whitehead e Bertrand Russell sulla logica matematica e sui fondamenti della matematica; ma una grande familiarità con quest’opera non è un requisito necessario per una ricerca fruttuosa nella maggior parte dei rami della matematica. Il lavoro di Gödel, inoltre, si riferisce a un insieme di problemi che non ha mai attirato l’attenzione se non di un gruppo di studiosi relativamente esiguo. Il tipo di ragionamento adottato nella “prova” era così nuovo ai tempi della sua pubblicazione, che soltanto coloro che avevano una profonda conoscenza della letteratura tecnica di questo campo altamente specializzato potevano seguire l’argomentazione con facilità. Ciononostante, le conclusioni cui Gödel arrivò sono oggi riconosciute come rivoluzionarie nel loro vasto significato filosofico. Scopo di questo libro è quello di rendere accessibili anche ai non specialisti la sostanza delle scoperte di Gödel e il carattere generale della sua prova. Il famoso articolo di Gödel affronta un problema centrale dei fondamenti della matematica. Sarà utile fare una breve analisi preliminare del contesto in cui si può situare tale problema. Chiunque abbia studiato geometria elementare ricorderà senza dubbio che essa viene insegnata come una disciplina deduttiva. Essa non viene presentata come una scienza sperimentale i cui teoremi devono essere accettati in quanto sono in accordo con l’osservazione. Questa idea, che una proposizione possa essere stabilita come conclusione di un ragionamento logico esplicito, risale agli antichi greci, i quali scoprirono quello che è noto come il “metodo assiomatico”, e lo usarono per sviluppare la geometria in maniera sistematica. Il metodo assiomatico consiste nell’accettare senza dimostrazione certe proposizioni come assiomi o postulati (per esempio, l’assioma che per due punti si può tracciare una sola retta), e quindi nel derivare dagli assiomi tutte le altre proposizioni del sistema come teoremi. Gli assiomi costituiscono le “fondamenta” del sistema; i teoremi sono le “sovrastrutture”, e sono ottenuti dagli assiomi con l’ausilio esclusivo dei principi della logica. Lo sviluppo assiomatico della geometria impressionò profondamente i pensatori di tutti i tempi, in quanto il numero relativamente piccolo di postulati sopporta l’intero peso delle proposizioni inesauribilmente numerose derivabili da essi. Inoltre, se in qualche maniera si può dimostrare la verità degli assiomi - e infatti per quasi duemila anni gli studiosi hanno creduto, senza il minimo dubbio, che essi fossero vere proprietà dello spazio fisico - allora la verità e la compatibilità reciproca di tutti i teoremi è automaticamente assicurata. Per questi motivi la forma assiomatica della geometria rappresentò, per molte generazioni di illustri pensatori, il modello del sapere scientifico piú genuino. Era naturale, perciò, domandarsi se altri rami della scienza, oltre alla geometria, potessero venir edificati su sicure fondamenta assiomatiche. Tuttavia, sebbene certe parti della fisica abbiano ricevuto una formulazione assiomatica nell’antichità (per esempio, per opera di Archimede), fino ai tempi moderni la geometria rimase l’unico ramo della matematica a possedere ciò che gli studiosi consideravano una solida base assiomatica. Ma negli ultimi due secoli il metodo assiomatico ha incominciato ad essere usato a fondo con una potenza e un vigore sempre crescenti. Rami nuovi e vecchi della matematica, come la familiare aritmetica dei numeri cardinali (o “interi”), sono stati corredati con insiemi, apparentemente adeguati, di assiomi. Si è così creato un diffuso convincimento che tacitamente suppone che ogni settore del sapere matematico possa essere corredato con un insieme di assiomi sufficienti per sviluppare sistematicamente l’infinita totalità delle proposizioni vere nell’ambito di una data area di ricerca. Il lavoro di Gödel ha dimostrato che questa ipotesi è insostenibile. Egli offrì ai matematici la stupefacente e melanconica conclusione che il metodo assiomatico possiede certe limitazioni intrinseche, che escludono la possibilità di una piena assiomatizzazione anche per l’ordinaria aritmetica degli interi. Vi è di piú: egli ha dimostrato che è impossibile provare la coerenza logica interna di una classe molto ampia di sistemi deduttivi (per esempio, l’aritmetica elementare), a meno che non si adottino principi di ragionamento cosí complessi che la loro coerenza interna è dubbia come quella dei sistemi stessi. Alla luce di tali conclusioni, si può vedere come non sia raggiungibile alcuna sistemazione finale di molte aree importanti delle matematiche, e come non si possa fornire alcuna garanzia infallibile che molti rami significativi del sapere matematico siano completamente esenti da contraddizioni interne. Le scoperte di Gödel, perciò, hanno distrutto preconcetti profondamente radicati e hanno deluso antiche speranze nel momento in cui sembravano prendere consistenza in seguito alle ricerche sui fondamenti della matematica. Ma questo lavoro non è stato del tutto negativo. Esso ha introdotto, nello studio dei problemi fondamentali, una nuova tecnica di analisi paragonabile, nella sua natura e nella sua fecondità, al metodo algebrico che René Descartes introdusse nella geometria. Questa tecnica ha suggerito e creato nuovi problemi nell’indagine logica e matematica. Esso ha provocato una rivalutazione, che è tuttora in corso, di filosofie della matematica molto diffuse, e di filosofie della conoscenza in generale. I dettagli delle dimostrazioni di Gödel, nel suo articolo che ha fatto epoca, sono troppo difficili da comprendere senza una notevole preparazione matematica. Ma la struttura fondamentale dei suoi ragionamenti e la sostanza delle sue conclusioni possono essere rese intelligibili ai lettori in possesso di una preparazione matematica e logica molto limitata. Per raggiungere una tale comprensione, il lettore può trovare utile una breve rassegna di certi sviluppi rilevanti della storia della matematica e della moderna logica formale. I primi quattro capitoli di questo libro sono dedicati a un tale panorama. |
|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel 2. Il problema della compatibilità [1] |
|
Il secolo diciannovesimo vide un’eccezionale espansione e intensificazione della ricerca matematica. Diversi problemi fondamentali, che a lungo avevano resistito agli sforzi migliori degli studiosi precedenti, furono risolti; furono creati nuovi settori nello studio della matematica; in parecchi rami di questa scienza furono gettate nuove fondamenta, e spesso quelle vecchie furono interamente rimodellate con l’aiuto di tecniche di analisi piú precise. Facciamo un esempio. I greci avevano proposto tre problemi in geometria elementare: dividere un angolo in tre parti eguali con soli riga e compasso, costruire un cubo di volume doppio di quello di un cubo dato, costruire un quadrato di area eguale a quella di un dato cerchio. Per piú di duemila anni furono fatti tentativi, sempre infruttuosi, per risolvere questi problemi. Finalmente, nel diciannovesimo secolo, fu dimostrato che le costruzioni richieste sono logicamente impossibili. Queste fatiche, inoltre, produssero dei frutti secondari di grande valore. Poiché le soluzioni dipendono essenzialmente dalla determinazione del tipo di radici che soddisfano a certe equazioni, lo studio di quegli antichi e celebri problemi stimolò profonde ricerche sulla natura del numero e sulla struttura del continuo numerico. Furono date, infine, definizioni rigorose dei numeri negativi, complessi e irrazionali; fu costruita una base logica per il sistema dei numeri reali; fu fondato un nuovo ramo della matematica, la teoria dei numeri infiniti. Ma probabilmente lo sviluppo piú significativo, per le sue profonde ripercussioni sulla storia della matematica successiva, fu segnato dalla soluzione di un altro problema che i greci sollevarono, senza riuscire a dargli una risposta. Uno degli assiomi usati da Euclide, nella sistemazione della geometria, concerne le parallele. L’assioma da lui adottato è logicamente equivalente, sebbene non identico, all’ipotesi che per un punto esterno a una retta si possa tracciare una sola parallela alla retta stessa. Per diverse ragioni quest’assioma non sembrò “evidente in se stesso” agli antichi. Essi, perciò, pensarono di dedurlo dagli altri assiomi di Euclide, che consideravano chiaramente evidenti in se stessi (“autoevidenti”)[2]. Si può dare una tale dimostrazione? Generazioni di matematici lottarono contro questa difficoltà, ma senza risultato. Ma il ripetuto fallimento del tentativo di costruire una dimostrazione non significa che questa non possa trovarsi, esattamente come il ripetuto fallimento del tentativo di trovare un rimedio contro il comune raffreddore non stabilisce, per ciò stesso, che l’umanità sarà sempre affetta da questa seccatura. Fu soltanto nel secolo diciannovesimo che si dimostrò, specialmente attraverso gli studi di Gauss, di Bolyai e di Lobacevskij, l’impossibilità di dedurre l’assioma delle parallele dagli altri assiomi. Questo risultato fu della massima importanza concettuale. In primo luogo, esso richiamò l’attenzione, in maniera impressionante, sul fatto che è possibile dare una dimostrazione dell’impossibilità di dimostrare certe proposizioni all’interno di un dato sistema. Come vedremo, il lavoro di Gödel consiste in una dimostrazione dell’impossibilità di dimostrare certe importanti proposizioni dell’aritmetica. In secondo luogo, la risoluzione della questione del postulato delle parallele obbligò a riconoscere che Euclide non rappresenta l’ultima parola nel campo della geometria, dal momento che si possono costruire nuovi sistemi usando un certo numero di assiomi differenti, incompatibili con quelli adottati da Euclide. In particolare, come è ben noto, risultati profondamente interessanti e fecondi si possono ottenere quando si rimpiazzi il postulato delle parallele di Euclide con l’ipotesi che sia possibile tracciare piú di una parallela a una data retta, per uno stesso punto, oppure che nessuna parallela possa essere tracciata. La convinzione tradizionale che gli assiomi della geometria (o, in questo senso, gli assiomi di qualunque sistema) possano essere provati dalla loro apparente autoevidenza, fu così radicalmente distrutta. Inoltre, poco alla volta, risultò chiaro che il vero compito del matematico puro è quello di derivare teoremi da ipotesi postulate, senza che debba preoccuparsi, come matematico, di decidere se gli assiomi introdotti siano, di fatto, veri. Queste successive modificazioni della geometria ortodossa, infine, stimolarono la revisione e il completamente delle basi assiomatiche di molti altri sistemi matematici. Inoltre, si fornirono fondamenti assiomatici a campi di indagine che, per il passato, erano stati approfonditi soltanto in modo piú o meno intuitivo.[3] La conclusione generale che emerse dai vari studi critici sui fondamenti della matematica fu che la vecchia concezione della matematica come “scienza della quantità” è inadeguata e ingannevole. Divenne infatti evidente che la matematica è semplicemente la scienza per eccellenza che trae le conclusioni logicamente implicite in un qualsiasi insieme di assiomi o postulati. Di fatto, si riconobbe che la validità della deduzione matematica non dipende in alcuna maniera dal particolare significato che può essere associato ai termini o alle espressioni contenute nei postulati. Si vide così che la matematica è molto piú astratta e formale di quanto non si supponesse tradizionalmente: piú astratta, perché, in linea di principio, si possono fare delle affermazioni matematiche su cose assolutamente qualsiasi, anziché soltanto su insiemi intrinsecamente circoscritti di oggetti o di caratteristiche di oggetti; piú formale, perché la validità delle dimostrazioni matematiche riposa sulla struttura delle affermazioni, piuttosto che sulla natura particolare del loro contenuto. I postulati di un qualunque ramo della matematica dimostrativa non riguardano intrinsecamente lo spazio, la quantità, le mele, gli angoli o i bilanci; e qualunque significato particolare possa essere associato ai termini (o “predicati descrittivi”) dei postulati, esso non possiede alcuna funzione essenziale nel processo di deduzione dei teoremi. Ripetiamo che l’unica questione riguardante il matematico puro (in quanto distinto dallo scienziato che usa la matematica per studiare un oggetto particolare) non è se postulati che egli ammette o le conclusioni che egli trae dai primi siano veri, ma se le conclusioni avanzate siano di fatto le conclusioni logiche necessarie delle ipotesi da cui è partito. Facciamo un esempio. Tra i termini indefiniti (o “primitivi”) usati. dal grande matematico tedesco David Hilbert nella sua famosa assiomatizzazione della geometria (pubblicata per la prima volta nel 1899), vi sono “punto”, “linea”, “appartiene a”, “tra”. Possiamo ammettere che i significati comunemente connessi con queste espressioni abbiano una qualche funzione nel processo di scoperta e di apprendimento dei teoremi. Poiché i significati sono familiari, sentiamo di comprendere le loro varie interrelazioni, ed essi spiegano la formulazione e la scelta degli assiomi; inoltre suggeriscono e facilitano la formulazione delle affermazioni che noi speriamo di dimostrare come teoremi. Eppure, come Hilbert asserisce chiaramente, fintantoché abbiamo a che fare con il compito essenzialmente matematico di esplorare le relazioni puramente logiche di dipendenza fra le varie affermazioni, i significati familiari dei termini primitivi devono essere ignorati, e gli unici “significati” che debbono essere associati ad essi sono quelli assegnati dagli assiomi in cui entrano[4]. Questo è il significato del famoso epigramma di Russell: la matematica pura è quella scienza in cui non sappiamo di che cosa stiamo parlando o se ciò che stiamo dicendo è vero. Un terreno di rigorosa astrazione, spoglio di tutte le caratteristiche che ci sono familiari, è certamente difficile da percorrere. In cambio, però, offre una nuova libertà di movimento e dei panorami mai visti. Mediante la intensificata formalizzazione della matematica, la mente dell’uomo si è emancipata dalle restrizioni che la comune interpretazione delle espressioni imponeva per la costruzione di nuovi sistemi di postulati. Furono sviluppati nuovi tipi di algebre e di geometrie che differiscono fondamentalmente dalla matematica tradizionale. Mentre il significato di certi termini diveniva più generale, il loro uso si estendeva, e si allargavano i confini entro i quali si potevano trarre delle conclusioni da essi. La formalizzazione condusse a una grande varietà di sistemi di notevole interesse e valore matematico. Alcuni di tali sistemi, bisogna ammetterlo, non si prestarono a interpretazioni così ovviamente intuitive (cioè, evidenti per il buon senso) come quelle della geometria euclidea, ma questo fatto non provocò alcun allarme. L’intuizione, innanzitutto, è una facoltà elastica: i nostri bambini, probabilmente, non avranno alcuna difficoltà ad accettare come intuitivamente ovvi i paradossi della relatività, esattamente come noi non esitiamo davanti a idee che, solo due generazioni fa, erano considerate come del tutto non intuitive. Inoltre, come tutti sappiamo, l’intuizione non è una guida sicura: non si può usarla convenientemente come criterio di verità o di opportunità nell’indagine scientifica. L’aumentata astrattezza della matematica, però, sollevò un problema piú serio. Sorse la questione se un dato insieme di postulati, posti a fondamento di un sistema, sia internamente coerente, in maniera tale che non sia possibile dedurre teoremi mutuamente contraddittori dai postulati stessi. Il problema non sembra urgente quando si sceglie un insieme di assiomi concernenti un gruppo ben definito e familiare di oggetti; in questo caso, infatti, non solo è importante domandarsi, ma può anche essere possibile accertarsi, se gli assiomi sono realmente veri riguardo a quegli oggetti. Dal momento che gli assiomi euclidei erano ritenuti universalmente come affermazioni vere sullo spazio (o sugli oggetti nello spazio), nessun matematico, prima del diciannovesimo secolo, considerò mai la questione se un giorno potessero venir dedotti dagli assiomi due teoremi contraddittori. La base di questa fiducia nella coerenza della geometria euclidea è il sano principio che affermazioni logicamente incompatibili non possono essere simultaneamente vere; secondo questo principio, se un insieme di proposizioni è vero (e tali erano considerati gli assiomi euclidei), allora queste proposizioni sono mutuamente compatibili. Le geometrie non euclidee erano evidentemente in una situazione differente. I loro assiomi furono, fin dall’inizio, considerati come semplicemente falsi riguardo allo spazio, e, per tale ragione, difficilmente veri riguardo a qualsiasi cosa. Il problema di stabilire la coerenza interna dei sistemi non euclidei fu quindi considerato molto difficile e critico. Nella geometria riemanniana, per esempio, il postulato euclideo delle parallele è sostituito dall’ipotesi che non si possa tracciare alcuna retta parallela a una retta data, per un punto esterno ad essa. Ora domandiamoci: l’insieme dei postulati di Riemann è coerente? I postulati sono chiaramente non veri rispetto allo spazio dell’esperienza ordinaria. Come si può mostrare, allora, la loro coerenza? Come si può dimostrare che non condurranno a teoremi contraddittori? Ovviamente il problema non è risolto dal fatto che i teoremi già dedotti non si contraddicono fra loro, perché rimane sempre la possibilità che il prossimo teorema che si deduce rompa l’armonia. Finché non si risolve il problema, non si può essere sicuri che la geometria riemanniana costituisca una vera alternativa al sistema euclideo, vale a dire, sia ugualmente valida dal punto di vista matematico. La possibilità stessa dell’esistenza di geometrie non euclidee veniva così strettamente legata alla risoluzione di questo problema. Fu escogitato un metodo generale per giungere alla soluzione. L’idea fondamentale è di trovare un “modello” (o “interpretazione”) per i postulati astratti di un sistema, in maniera tale che ciascun postulato venga tradotto in un’affermazione vera rispetto al modello. Nel caso della geometria euclidea, come abbiamo osservato, il modello è lo spazio ordinario. Il metodo fu usato per trovare altri modelli, i cui elementi potessero servire da guida per determinare la coerenza dei postulati astratti. Il procedimento che si segue, è di questo tipo. Intendiamo, innanzitutto, con la parola “classe” un insieme o aggregato di elementi distinti, ciascuno dei quali viene chiamato un membro della classe. Cosi, la classe dei numeri primi minore di 10 è l’insieme i cui membri sono 2, 3, 5 e 7. Introduciamo il seguente insieme di postulati riguardanti due classi K ed L, la cui natura particolare viene lasciata indeterminata tranne per ciò che viene “implicitamente” definito dai postulati: Da questo piccolo insieme possiamo derivare, usando le normali regole di deduzione, un gran numero di teoremi. Per esempio, si può dimostrare che K contiene solo tre membri. Ma l’insieme è coerente, in modo che non si possano dedurre mai teoremi contraddittori? Alla questione si può facilmente rispondere con l’aiuto del modello seguente.
Una risposta a tale quesito, consacrata, come abbiamo visto, da una lunga tradizione, è che gli assiomi euclidei sono veri e quindi tra loro compatibili. Questa risposta, oggi, non è piú considerata accettabile. Ritorneremo su questo punto e spiegheremo perché è insoddisfacente. Un’altra risposta è che gli assiomi sono in armonia con la nostra esperienza, sia pur limitata, dello spazio e che noi siamo giustificati a estrapolare dal particolare all’universale. Tuttavia, sebbene molti aspetti possano indurci a propendere per questa idea, la nostra dimostrazione risulterebbe ancora logicamente incompleta. Se anche, cioè, tutti i fatti finora osservati fossero in accordo con gli assiomi, sussisterebbe sempre la possibilità che un fatto non ancora osservato possa contraddirli e distruggere così la loro pretesa universalità. Le considerazioni di carattere induttivo possono dimostrare soltanto che gli assiomi sono plausibili o probabilmente veri. Hllbert, ciononostante, tentò un’altra strada per giungere alla soluzione, facendo appello alla geometria analitica di Cartesio. Secondo questa interpretazione, gli assiomi di Euclide vengono trasformati in verità algebriche. Per esempio, nel caso degli assiomi concernenti la geometria piana, conveniamo che l’espressione “punto” corrisponda a una coppia di numeri; l’espressione “linea retta”, a una relazione (lineare) tra numeri espressa mediante un’equazione di primo grado a due incognite; l’espressione “circonferenza”, a una relazione tra numeri espressa mediante un’equazione di secondo grado, di una certa forma, e così via. L’affermazione geometrica che due punti distinti determinano in modo unico una retta, viene trasformata nella verità algebrica che due coppie distinte di numeri determinano in modo unico una relazione lineare; il teorema geometrico che una retta incontra una circonferenza al piú in due punti, equivale al teorema algebrico che una coppia di due equazioni simultanee a due incognite (una delle quali è lineare e l’altra è quadratica, con una certa forma) determina al piú due coppie di numeri reali; e cosí via. In breve, l’autocompatibilità dei postulati euclidei viene provata mostrando che essi sono soddisfatti da un modello algebrico. Questa maniera di dimostrare l’autocompatibilità è potente ed efficace. Eppure, anch’essa non regge all’obiezione fatta prima. Ancora una volta, infatti, un problema riguardante un certo dominio viene risolto spostandolo in un altro dominio. L’argomentazione di Hilbert per provare la coerenza dei postulati geometrici prova soltanto che se l’algebra è coerente anche il sistema della geometria è tale. La dimostrazione dipende ovviamente dalla supposta coerenza di un altro sistema, e non è quindi una dimostrazione “assoluta”. Nei vari tentativi di risolvere il problema della compatibilità vi è una difficoltà sempre presente, la quale consiste nel fatto che gli assiomi vengono interpretati mediante modelli composti da un numero infinito di elementi. Ciò rende impossibile abbracciare i modelli con un numero finito di osservazioni, per cui la verità degli assiomi stessi è messa in dubbio. Nelle argomentazioni induttive per provare la verità della geometria euclidea, un numero finito di fatti osservati, riguardanti lo spazio, è verosimilmente in accordo con gli assiomi. Ma la conclusione che tali argomentazioni cercano di stabilire implica un’estrapolazione da un insieme di dati finito a uno infinito. Come si può giustificare questo salto? La difficoltà si riduce, per non dire che si elimina, quando è possibile escogitare un modello appropriato che contenga solo un numero finito di elementi. Il modello del triangolo, che abbiamo usato per dimostrare la coerenza dei cinque postulati riguardanti le classi K ed L, è finito; ed è relativamente semplice determinare, con un’osservazione diretta, se tutti gli elementi del modello soddisfano realmente i postulati, e quindi se sono veri (e, allora, compatibili). Spieghiamo questo punto. Esaminando, uno alla volta, tutti i vertici del triangolo, possiamo vedere se due qualunque di essi stanno soltanto su un lato. In questa maniera proviamo che il primo postulato è vero. Dal momento che tutti gli elementi del modello, come pure le relazioni esistenti fra essi, possono essere sottoposti a un’osservazione diretta e completa, e dal momento che la probabilità di commettere degli errori in tale osservazione è praticamente nulla, la compatibilità dei postulati, in questo caso, non può essere soggetta a un dubbio genuino. Sfortunatamente, la maggior parte dei sistemi di postulati che costituiscono i fondamenti di importanti rami della matematica non può essere tradotta in modelli finiti. Pensiamo al postulato dell’aritmetica elementare che asserisce che ogni intero ha un immediato successore che differisce da qualsiasi intero precedente. È evidente che il modello necessario a verificare l’insieme cui appartiene questo postulato non può essere finito, ma deve contenere infiniti elementi. Ne segue che la verità dell’insieme (e, quindi, la sua coerenza) non può essere stabilita mediante un’osservazione completa di un numero limitato di elementi. A quanto pare, abbiamo imboccato un vicolo cieco. Modelli finiti sono sufficienti, in linea di principio, a stabilire la coerenza di certi insiemi (finiti) di postulati; ma questi sono di scarsa importanza matematica. Modelli non finiti, necessari per interpretare la maggior parte dei sistemi di postulati di una certa importanza matematica, possono essere descritti soltanto in termini generali; e non possiamo dimostrare affatto che le descrizioni siano esenti da contraddizioni nascoste. Si sarebbe tentati di suggerire, a questo punto, che possiamo essere sicuri della compatibilità di quelle formulazioni in cui modelli non finiti siano descritti mediante nozioni trasparentemente “chiare” e “distinte”. Ma la storia del pensiero non è stata mai molto gentile con la teoria delle idee chiare e distinte, o con la dottrina della conoscenza intuitiva implicita in tale teoria. In certi settori della ricerca matematica, nei quali le ipotesi riguardanti insiemi infiniti hanno un posto centrale, sono venute alla luce contraddizioni radicali, nonostante la chiarezza intuitiva dei concetti compresi nelle ipotesi e nonostante l’apparente coerenza delle costruzioni concettuali fatte. Tali contraddizioni (tecnicamente chiamate “antinomie”) sono emerse nella teoria dei numeri infiniti, sviluppata da Georg Cantor nel diciannovesimo secolo; e la comparsa di queste contraddizioni ha dimostrato inequivocabilmente che l’apparente chiarezza anche di un concetto così elementare come quello di classe (o aggregato) non garantisce la coerenza di un qualsiasi particolare sistema costruito su di essa. Poiché la teoria matematica delle classi, la quale studia le proprietà e le relazioni di aggregati, o insiemi di elementi, viene spesso usata come fondamento di altri settori della matematica, e in particolare dell’aritmetica elementare, ha un senso ben preciso chiedersi se contraddizioni simili a quelle incontrate nella teoria delle classi infinite siano presenti nella formulazione di altri rami della matematica. A questo proposito, Bertrand Russell ha costruito una contraddizione all’interno della logica elementare stessa, che è precisamente analoga alla contraddizione per la prima volta sviluppatasi nella teoria di Cantor delle classi infinite. L’antinomia di Russell può essere enunciata nel modo seguente. Le classi sembrano essere di due tipi: quelle che non contengono se stesse come membri, e quelle che contengono se stesse. Una classe si dirà “normale” se, e solo se, non contiene se stessa come membro; altrimenti si dirà “non normale”. Un esempio di classe normale è la classe dei matematici, in quanto evidentemente la classe stessa non è un matematico e non è perciò un membro di se stessa. Un esempio di classe non normale è la classe di tutti gli oggetti pensabili, in quanto la classe di tutti gli oggetti pensabili è essa stessa pensabile ed è perciò un membro di se stessa. Per definizione, “N” stia per la classe di tutte le classi normali. Ci domandiamo se N stessa è una classe normale. Se N è normale, essa e un membro di se stessa (in quanto, per definizione, N contiene tutte le classi normali); ma, in questo caso, N è non normale, perché, per definizione, una classe che contiene se stessa come membro è non normale. D’altra parte, se N è non normale, essa è un membro di se stessa (per definizione di non normale); ma, in questo caso, N è normale, perché, per definizione, i membri di N sono le classi normali. In breve, N è normale se, e solo se, N è non normale. Ne segue che l’affermazione “N è normale“ è contemporaneamente vera e falsa. Questa inevitabile contraddizione nasce da un uso avventato della nozione, apparentemente limpida, di classe. Altri paradossi furono scoperti successivamente, e ciascuno di essi era costruito mediante modi familiari e apparentemente convincenti di ragionare. I matematici finirono con l’accorgersi che, nello sviluppo di sistemi coerenti, la familiarità e la chiarezza intuitiva sono delle canne troppo fragili per appoggiarvici. Abbiamo visto l’importanza del problema della compatibilità, e abbiamo fatto conoscenza dei metodi classici per risolverlo con l’aiuto di modelli. Abbiamo mostrato come, nella maggior parte dei casi, il problema richieda l’uso di modelli non finiti, la descrizione dei quali può celare essa stessa delle incoerenze. Dobbiamo quindi concludere che, se il metodo dei modelli è uno strumento matematico di grandissimo valore, esso, tuttavia, non fornisce una risposta definitiva al problema che ci siamo proposti di risolvere. |
| Note al capitolo 2 |
| Nota 1.Si è tradotto il termine inglese consistency con “coerenza” o “autocompatibilità” (nel senso di “compatibilità intrinseca”) quando era riferito a un insieme di proposizioni o a un sistema considerati come un tutto unico, e con “compatibilità” o “compatibilità reciproca” quando era riferito alle parti che costituiscono un sistema. [N. d. t.] |
| Nota 2.La ragione principale di questa asserita mancanza di “autoevidenza” sembra essere stato il fatto che l’assioma delle parallele afferma qualche cosa sulle regioni infinitamente remote dello spazio. Euclide definisce le linee parallele come rette in un piano le quali, “prolungate indefinitamente nelle due direzioni”, non si incontrano mai. D’accordo con ciò, dire che due linee sono parallele equivale ad affermare che le due linee non si incontrano neanche “all’infinito”. Ma gli antichi avevano familiarità con linee che, sebbene non si incontrassero in alcuna regione finita del piano, tuttavia si incontravano “all’infinito”. Tali linee sono dette “asintotiche”. Cosí, per esempio, un’iperbole è asintotica ai suoi assi. Non era perciò intuitivamente evidente agli antichi geometri che per un punto esterno a una data retta si potesse tracciare soltanto una retta la quale non incontrasse quella data, neppure all’infinito. |
| Nota 3.Cosí, nel 1899, l’aritmetica dei numeri cardinali fu assiomatizzata dal matematico italiano Giuseppe Peano. Cinque sono i suoi assiomi. Essi sono formulati con l’ausilio di tre termini non definiti, dei quali si suppone la familiarità. I termini sono: numero, zero e successore immediato di. Gli assiomi di Peano possono enunciarsi cosí:
|
| Nota 4. In un linguaggio piú tecnico, i termini primitivi sono “implicitamente” definiti dagli assiomi, e tutto ciò che non è compreso nelle definizioni implicite è inessenziale per la dimostrazione dei teoremi. |
|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel 3. Prove assolute di compatibilità |
| Le limitazioni inerenti all’uso dei modelli nelle dimostrazioni di compatibilità, e il crescente timore che le formulazioni classiche di parecchi sistemi matematici potessero nascondere delle contraddizioni interne, condussero ad affrontare il problema in maniera nuova. Hilbert propose un’alternativa delle dimostrazioni “relative” di compatibilità. Egli pensò di costruire dimostrazioni “assolute”, mediante le quali l’autocompatibilità di un sistema avrebbe potuto essere provata senza ricorrere all’autocompatibilità di un altro sistema. Dobbiamo spendere qualche parola su questo tentativo per prepararci ulteriormente a comprendere la scoperta di Gödel. Il primo passo da compiere nella costruzione di una dimostrazione assoluta consiste, come concepì Hilbert, nella completa formalizzazione di un sistema deduttivo. Si tratta, cioè, di svuotare di ogni significato le espressioni presenti nel sistema, le quali devono essere considerate come semplici segni. È necessario, poi, enunciare un insieme di regole, chiaramente precisate, per sapere come combinare e manipolare questi segni. Lo scopo di un tale procedimento è di costruire un sistema di segni (chiamato un “calcolo”) che non nasconda nulla e che contenga soltanto ciò che noi introduciamo in esso esplicitamente. I postulati e i teoremi di un sistema completamente formalizzato sono “catene“ (o lunghe sequenze finite) di simboli senza significato, costruite secondo le regole date per combinare i segni elementari del sistema in complessi piú ampi. Inoltre, quando un sistema è stato completamente formalizzato, la deduzione dei teoremi dai postulati non è altro che la trasformazione (conforme alle regole) di un insieme di tali “catene” in un altro insieme di “catene”. In questa maniera viene eliminato il pericolo di usare modi di ragionamento incontrollati. La formalizzazione è difficile e complicata, ma serve a uno scopo importante. Essa rivela, con obiettiva chiarezza, la struttura e il funzionamento di un sistema, come il modello delle parti essenziali di una macchina. Quando un sistema è stato formalizzato, le relazioni logiche fra le proposizioni matematiche diventano visibili; si possono osservare gli aspetti strutturali delle varie “catene” di segni “senza significato”, come esse si compongano e si adattino fra loro, e così via. Una pagina piena di simboli “senza significato” di una tale matematica formalizzata non afferma nulla: non è altro che un disegno o un mosaico astratto, dotato di una determinata struttura. Nonostante ciò, è ancora, evidentemente, possibile descrivere le configurazioni di un tale sistema e fare delle affermazioni riguardo alle configurazioni stesse e alle varie relazioni che sussistono fra loro. Per esempio, si può dire che una “catena” ha un aspetto piacevole, o che assomiglia a un’altra “catena”, o che una “catena” sembra essere costituita da altre tre “catene”, e così via. Tali affermazioni hanno ovviamente un senso e possono fornire importanti informazioni sul sistema formale. È necessario però osservare, a questo proposito, che tali affermazioni dotate di significato, riguardo a sistemi matematici senza significato (o formalizzati), evidentemente non appartengono al sistema dato. Appartengono invece a quella che Hllbert denominò “metamatematica”: al linguaggio, cioè, che descrive dall’esterno la matematica. Le proposizioni metamatematiche sono proposizioni intorno ai segni che intervengono in un sistema matematico formalizzato (cioè un calcolo), intorno al tipi e alle disposizioni di tali segni quando vengono combinati per formare catene piú lunghe di simboli, chiamate “formule”, o intorno alle relazioni fra le formule che si possono ottenere come conseguenze delle regole di manipolazione specificate. Alcuni esempi aiuteranno a comprendere la distinzione di Hilbert fra la matematica (cioè un sistema di segni senza significato) e la metamatematica (cioè affermazioni, dotate di significato, intorno alla matematica, ai segni che intervengono nel calcolo, alla loro disposizione e alle loro relazioni). Consideriamo l’espressione
Consideriamo ora le tre formule
Può darsi che il lettore trovi la parola “metamatematica” poco simpatica e il suo concetto poco chiaro. Non vogliamo certo sostenere che la parola sia bella, ma il suo concetto apparirà chiaro a tutti quando si pensi che viene adoperato nel caso particolare di una distinzione ben nota: la distinzione, cioè, fra l’oggetto che si studia e un discorso intorno all’oggetto stesso. La proposizione “tra i falaropi il maschio cova le uova” appartiene al campo studiato dagli zoologi, cioè alla zoologia; ma se noi diciamo che questa affermazione sui falaropi dimostra che la zoologia è irrazionale, la nostra affermazione non riguarda i falaropi, ma la frase e la scienza cui questa appartiene; si tratta di metazoologia. Se noi diciamo che l’id è piú potente dell’ego, parliamo di qualche cosa che appartiene alla psicoanalisi; ma se critichiamo questa affermazione come priva di significato e indimostrabile, la nostra critica appartiene alla metapsicoanalisi. Cosi anche nel caso della matematica e della metamatematica. I sistemi formali costruiti dai matematici appartengono alla categoria denominata “matematica”; la descrizione, la discussione e la teorizzazione dei sistemi appartengono alla categoria denominata “metamatematica”. L’importanza, nel nostro campo, di comprendere a fondo la distinzione fra matematica e metamatematica non sarà mai abbastanza sottolineata. Quando essa non è stata rispettata, sono sorte delle confusioni e dei paradossi. Quando il suo significato è stato rettamente inteso, è stato possibile mettere in chiara evidenza la struttura logica del ragionamento. Il merito di questa distinzione è quello di implicare una precisa modificazione dei vari segni che intervengono nella costruzione di un calcolo formale, libero da ipotesi nascoste e da associazioni di significati non pertinenti. Inoltre, essa esige le definizioni esatte delle operazioni e delle regole logiche della costruzione e della deduzione matematica, le quali, spesso, sono state applicate dai matematici senza un’esplicita coscienza della loro natura. Hilbert comprese il nocciolo della questione, e fu sulla distinzione tra un calcolo formale e la sua descrizione che egli basò il suo tentativo di costruire delle prove “assolute” di compatibilità. Sostanzialmente, egli pensò di sviluppare un metodo che fornisse prove di compatibilità che non fossero soggette ad alcun dubbio logico genuino (si pensi all’uso dei modelli finiti per dimostrare la compatibilità di un certo insieme di postulati), e ciò mediante l’analisi di un numero finito di caratteristiche strutturali delle espressioni presenti in calcoli completamente formalizzati. L’analisi consiste nel notare i vari tipi di segni che intervengono in un calcolo, nell’indicare in quale maniera questi possano venir combinati in formule, nel prescrivere la maniera con la quale si possono ottenere delle formule da altre formule, e nello stabilire se formule di un dato tipo sono derivabili da altre mediante regole di operazione esplicitamente enunciate. Hllbert era convinto che fosse possibile dare a ogni calcolo matematico l’aspetto di una specie di disegno “geometrico” di formule, nel quale le formule possedessero, l’una rispetto all’altra, un numero finito di relazioni strutturali. Egli, quindi, sperava di riuscire a mostrare, esaminando tutte queste proprietà strutturali delle espressioni di un sistema, l’impossibilità di ottenere formule formalmente contraddittorie dagli assiomi di certi calcoli. Un requisito essenziale del programma di Hilbert, nella sua concezione originale, è che le dimostrazioni di compatibilità si basano soltanto su quei procedimenti che non fanno appello a un numero infinito di proprietà strutturali delle formule o a un numero infinito di operazioni con le formule. Tali procedimenti vengono chiamati “finitistici”; e una dimostrazione di compatibilità che soddisfi questo requisito - viene chiamata “assoluta”. Una dimostrazione “assoluta” raggiunge il suo obiettivo usando un minimo di principi di inferenza, e non presuppone l’autocompatibilità di qualche altro insieme di assiomi. Una dimostrazione assoluta dell’autocompatibilità dell’aritmetica - se si potesse costruirne una - mostrerebbe perciò, mediante un procedimento metamatematico finitistico, che due formule contraddittorie, quali “0=0” e la sua negazione formale “~ (0 = 0)” - dove il segno “~” significa “non” - non possono essere dedotte dagli assiomi (o da altre formule) usando regole di inferenza esplicite.[2] Può essere utile, a titolo illustrativo, paragonare la metamatematica, come teoria dimostrativa, alla teoria degli scacchi. Gli scacchi si giuocano con trentadue pezzi di data forma, su una scacchiera suddivisa in sessantaquattro quadretti, sulla quale i pezzi vengono mossi secondo regole fisse. Il giuoco si può svolgere, evidentemente, senza assegnare una qualche “interpretazione” ai pezzi o alle loro varie posizioni sulla scacchiera, sebbene una tale interpretazione possa essere data, se lo si desidera. Per esempio, si può convenire che una data pedina rappresenti un reggimento di un esercito, che un dato quadratino della scacchiera rappresenti una certa regione geografica, e cosí via. Ma una tale convenzione (o interpretazione) non è usuale; né i pezzi, né i quadratini, né le posizioni dei pezzi sulla scacchiera hanno un significato che sta al di fuori del giuoco stesso. In questo senso, i pezzi e le varie configurazioni sulla scacchiera sono “senza significato”. Un tale gioco, così, è analogo a un calcolo matematico formalizzato. I pezzi e i quadratini della scacchiera corrispondono ai segni elementari del calcolo; le posizioni permesse dei pezzi sulla scacchiera, alle formule del calcolo; le posizioni iniziali dei pezzi, agli assiomi o alle formule iniziali del calcolo; le posizioni successive dei pezzi, alle formule dedotte dagli assiomi (cioè, ai teoremi); e le regole del gioco, alle regole di inferenza (o deduzione) del calcolo. Questo parallelismo può essere continuato ulteriormente. Sebbene le configurazioni dei pezzi sulla scacchiera, come le formule del calcolo, siano “senza significato”, le proposizioni riguardanti tali configurazioni, come le proposizioni metamatematiche riguardanti le formule, sono perfettamente dotate di significato. Una proposizione appartenente ai metascacchi può asserire, per esempio, che vi sono venti mosse iniziali possibili per il bianco, o che, data una certa configurazione dei pezzi sulla scacchiera, il bianco matta in tre mosse. Inoltre, teoremi generali dei “metascacchi” possono venir dimostrati con ragionamenti che implicano solo un numero finito di configurazioni possibili sulla scacchiera. Il teorema del “metascacchi” sul numero di mosse iniziali possibili del bianco può essere provato secondo questa linea; e così pure il teorema che, se il bianco ha solo due cavalli e il re, e il nero solo il re, è impossibile che il bianco dia scacco matto al nero. Questi e altri teoremi dei “metascacchi” sono suscettibili, in altre parole, di essere dimostrati con metodi finitistici di ragionamento: esaminando, cioè, l’una dopo l’altra, ciascuna delle configurazioni, in numero finito, che possono determinarsi sotto certe condizioni date. L’obiettivo della teoria di Hilbert, similmente, era di dimostrare, mediante tali metodi finitistici, l’impossibilità di dedurre certe formule contraddittorie in un dato calcolo matematico. |
| Note al capitolo 3 |
| Nota 1.È qui opportuno far notare come le proposizioni metamatematiche che compaiono nel testo non contengano, come loro parti costituenti, alcuno dei segni e delle formule matematiche contenuti negli esempi. Questa affermazione, a prima vista, sembra ovviamente falsa, in quanto i segni e le formule sono chiaramente visibili. Ma, se si esaminano le proposizioni metamatematiche con occhio critico, ci si accorge che abbiamo ragione. Le proposizioni metamatematiche, infatti, contengono i nomi di certe espressioni aritmetiche, ma non le espressioni aritmetiche stesse. La distinzione è sottile ma valida e importante. È piú corretto, infatti, che una frase, come prescrive la lingua inglese, non contenga letteralmente gli oggetti a cui si riferiscono le espressioni della frase stessa, ma soltanto i nomi di tali oggetti. Evidentemente, quando parliamo di una città non introduciamo la città stessa nella frase, ma soltanto il nome della città; e, similmente, se desideriamo dire qualche cosa intorno a una parola (o a un altro segno linguistico), non è la parola stessa (o il segno) che può comparire nella frase, ma solo il nome di quella parola (o di quel segno). È piú corretto stabilire convenzionalmente che il nome di un’espressione linguistica venga costruito ponendo delle virgolette semplici alle estremità di essa. Il nostro testo usa questa convenzione. È corretto scrivere
|
| Nota 2.Hilbert non precisò esattamente quali procedimenti metamatematici fossero da considerarsi finitistici. Nella versione originale del suo programma i requisiti di una dimostrazione assoluta di compatibilità erano piú stretti che nelle successive interpretazioni del programma da parte dei membri della sua scuola. |
|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel 4. La codificazione sistematica della logica formale |
|
Vi sono ancora due passi da compiere prima di affrontare la prova di Gödel. Dobbiamo far vedere come e perché nacquero i Principia mathematica di Whitehead e Russell; vogliamo pure dare una breve esemplificazione del processo di formalizzazione di un sistema deduttivo - sceglieremo un passo dei Principia - e spiegare come la sua compatibilità assoluta possa essere dimostrata. Ordinariamente tali dimostrazioni, anche quando si tratta di dimostrazioni matematiche conformate alle esigenze comunemente accettate del rigore professionale, soffrono di un importante difetto. Esse contengono principi (o regole) di deduzione non esplicitamente formulati, di cui, frequentemente, i matematici non hanno coscienza. Consideriamo la dimostrazione di Euclide che non vi e un numero primo più grande di tutti (un numero primo è un numero divisibile, senza resto, soltanto per l’unità e per se stesso). L’argomentazione, messa nella forma di una reductio ad absurdum, si articola come segue. Supponiamo, contro la tesi, che esista un numero primo piú grande di tutti. Chiamiamolo ‘x’. Allora: Abbiamo mostrato solo le linee principali della dimostrazione. E possibile far vedere, però, che nel costruire la dimostrazione sono essenziali diverse regole di inferenza e teoremi di logica. Alcuni di questi appartengono alla parte piú elementare della logica formale, altri ad alcuni rami piú complessi; per esempio, sono presenti regole e teoremi che appartengono alla “teoria della quantificazione”. Questa teoria studia le relazioni esistenti fra proposizioni che contengono particelle “quantificanti” quali ‘tutti’, ‘qualche’, e loro sinonimi. Mostreremo un teorema elementare della logica e una regola di inferenza, ambedue ausili necessari ma silenziosi della dimostrazione. Osserviamo il punto 5) della dimostrazione. Di dove proviene? La risposta è: dal teorema logico (o verità necessaria) ‘o p è vero, o non p è vero’, [1] dove ‘p’ viene chiamata una variabile proposizionale. Ma come otteniamo il punto 5) da questo teorema? La risposta è: usando la regola di inferenza nota come la “regola di sostituzione per le variabili proposizionali”, secondo la quale è possibile dedurre una proposizione da un’altra contenente tali variabili sostituendo una qualsiasi proposizione (in questo caso, ‘y è un numero primo’) ovunque compare una variabile distinta (in questo caso, la variabile ‘p’). L’uso di queste regole e di questi teoremi logici è, come abbiamo detto, molto frequentemente null’altro che un’azione inconscia. E l’analisi che li rivela, anche in dimostrazioni relativamente semplici come quelle di Euclide, dipende dai progressi nella teoria della logica compiuti soltanto negli ultimi cento anni.[2] Come il Monsieur Jourdain di Molière, che parlò in prosa tutta la vita senza saperlo, i matematici hanno ragionato per almeno due millenni senza accorgersi di tutti i principi che stavano alla base del loro lavoro. La vera natura dei mezzi della loro arte è divenuta chiara solo in tempi recenti. Per quasi duemila anni la codificazione aristotelica delle forme valide di deduzione fu universalmente riguardata come completa e non suscettibile di essenziali miglioramenti. Ancora nel 1787, il filosofo tedesco Immanuel Kant poteva dire che dai tempi di Aristotele la logica formale “non è stata capace di fare un solo passo, e che, secondo tutte le apparenze, è un corpo dottrinario chiuso e completo”. Il fatto è che la logica tradizionale è seriamente incompleta e non riesce neppure a dare una giustificazione di molti principi di inferenza usati nei ragionamenti matematici più elementari[3]. La rinascita degli studi sulla logica iniziò, nel tempi moderni, con la pubblicazione, nel 1847, del libro The Mathematical Analyslis of Logic di George Boole. La preoccupazione principale di Boole e dei suoi immediati successori fu di sviluppare un’algebra della logica (si veda, per esempio, la tabella 1) la quale fornisce una notazione precisa per trattare tipi di deduzione piú generali e piú vari di quelli contemplati dai principi della logica tradizionale. Supponiamo che, in una certa università, la classe degli studenti che si laureano con la lode sia composta esattamente di ragazzi che studiano matematica e di ragazze che non studiano tale materia. Come è costituita la classe di coloro che studiano matematica, in termini delle altre classi di studenti menzionate? La risposta non è facile da trovare se si usa soltanto l’apparato della logica tradizionale. Ma con l’aiuto dell’algebra di Boole si può facilmente dimostrare che la classe di coloro che studiano matematica consiste esattamente di ragazzi che si laureano con la lode e di ragazze che non si laureano con la lode. Un’altra linea di ricerca, strettamente connessa con gli studi dei matematici del diciannovesimo secolo sui fondamenti dell’analisi, si affiancò al programma di Boole. Questo nuovo sviluppo mirava a descrivere la matematica pura come un capitolo della logica formale, e ricevette la sua classica formulazione nel Principia mathematica di Whitehead e Russell, nel 1910. I matematici del diciannovesimo secolo riuscirono ad “aritmetizzare” l’algebra e quello che si soleva chiamare il “calcolo infinitesimale”, mostrando come le varie nozioni impiegate nell’analisi matematica siano definibili esclusivamente in termini aritmetici (cioè, in termini di numeri interi e di operazioni aritmetiche su di essi). Per esempio, invece di accettare il numero immaginario Ö( - 1) come una “entità”, in certa maniera misteriosa, si giunse a definirla come una coppia ordinata di numeri interi (0,1) sui quali possono venir compiute certe operazioni di “ addizione “ e di “ moltiplicazione “. Similmente, il numero irrazionale Ö2 fu definito come l’elemento di separazione di due certe classi di numeri razionali, cioè come l’elemento di separazione fra la classe dei numeri razionali il cui quadrato è minore di 2 e la classe dei numeri razionali il cui quadrato è maggiore di 2. Ciò che Russell (e, prima di lui, il matematico tedesco Gottlob Frege) pensavano di dimostrare era che tutte le nozioni aritmetiche possono essere definite con idee puramente logiche, e che tutti gli assiomi dell’aritmetica possono essere dedotti da un piccolo numero di proposizioni fondamentali verificabili come pure verità logiche. Facciamo un esempio. La nozione di classe appartiene alla logica generale. Due classi sono dette “simili” se vi è una corrispondenza biunivoca fra i loro membri, la nozione di una tale corrispondenza essendo spiegabile in termini di altre idee logiche. Una classe che possegga un solo elemento vien detta “classe unità” (per esempio, la classe dei satelliti del pianeta terra); e il numero cardinale 1 può essere definito come la classe di tutte le classi simili a una classe unità. Definizioni analoghe possono darsi degli altri numeri cardinali, e le varie operazioni aritmetiche, come l’addizione e la moltiplicazione, possono essere definite mediante nozioni della logica formale. Una proposizione aritmetica, come ‘1 + 1 = 2’, può dunque essere considerata come una traduzione condensata di una proposizione contenente solo espressioni appartenenti alla logica generale; e tali proposizioni puramente logiche sono deducibili, come si può mostrare, da certi assiomi logici. I Principia mathematica apparvero, così, come un progresso verso la soluzione finale del problema dell’autocompatibilità dei sistemi matematici, e di quelli aritmetici in particolare, riducendo il problema a quello della coerenza della logica formale stessa. Se, infatti, gli assiomi dell’aritmetica sono semplici trascrizioni dei teoremi della logica, il problema se gli assiomi dell’aritmetica siano fra loro compatibili è equivalente al problema se gli assiomi fondamentali della logica siano fra loro compatibili. La tesi di Russell e di Frege, secondo la quale la matematica non è altro che un capitolo della logica, non ha incontrato, per diversi motivi particolari, l’universale consenso dei matematici. Inoltre, come abbiamo già notato, le antinomie della teoria di Cantor dei numeri transfiniti possono essere ripetute all’interno della logica stessa, a meno che non vengano prese speciali precauzioni atte a impedire una tale eventualità. Ma le precauzioni adottate nel Principia mathematica per girare intorno alle antinomie sono atte a escludere tutte le forme di costruzioni contraddittorie? Non lo si può affermare con troppa leggerezza. Perciò la riduzione di Frege e di Russell dell’aritmetica alla logica non fornisce una risposta conclusiva al problema della compatibilità: infatti il problema si caratterizza in una forma piú generale. Ma, lasciando da parte la validità della tesi di Frege e Russell, due aspetti dei Principia si sono dimostrati di inestimabile valore per uno studio ulteriore del problema della compatibilità. I Principia forniscono un sistema notevolmente ampio di notazioni, con l’aiuto delle quali tutte le proposizioni della matematica pura (e dell’aritmetica, in particolare) possono essere codificate in una maniera generale; e rendono esplicite la maggior parte delle regole di inferenza formale usate nelle dimostrazioni matematiche (in certi casi, queste regole furono meglio precisate e completate). I Principia, in sostanza, crearono gli strumenti essenziali per investigare l’intero sistema dell’aritmetica come calcolo non dotato di interpretazione, vale a dire, come sistema di segni senza significato, le cui formule (o “catene”) vengono combinate e trasformate secondo regole di operazione ben definite. |
| Note al capitolo 4 | |
| Nota 1.D’ora in avanti sopprimeremo l’espressione “è vero” in tutti i casi di questo genere, per ottenere una maggiore semplicità formale. [N. d. t.] | |
|
Nota 2.Analizziamo il ragionamento che fa passare al punto 6) dai punti 3), e 5), nella dimostrazione di Euclide.
Designiamo le lettere ‘p’, ‘q’ ed ‘r’ come “variabili proposizionali”, in
quanto al posto di esse si possono sostituire delle proposizioni. Inoltre, per economia di spazio, scriviamo le espressioni condizionali del tipo ‘se p allora q’ nella forma ‘p É q’, e denominiamo l’espressione a sinistra del segno ‘É ’ 1’“antecedente”, e l’espressione alla sua destra il “conseguente”. Similmente, scriviamo ‘p Ú q’ come abbreviazione della formula alternativa ‘o p o q’. Vi è un teorema della logica elementare che si scrive
Facciamo ora uso di un’altra regola di inferenza nota come la regola di separazione (o modus ponens). Questa regola ci permette di dedurre una proposizione S2 da altre due proposizioni, una delle quali è S1 e l’altra S1 É S2. Applichiamo questa regola tre volte: prima, usando il punto 3) della dimostrazione di Euclide e il caso particolare dato del teorema logico; poi, usando il risultato ottenuto da questa applicazione e il punto 4) della dimostrazione; finalmente, usando quest’ultimo risultato e il punto 5) della dimostrazione. Ciò che otteniamo è il punto 6) della dimostrazione. La deduzione del punto 6) dai punti 3), 4) e 5) implica cosí il tacito uso di due regole di inferenza e di un teorema della logica. Il teorema e le regole appartengono a una parte elementare della teoria logica: al calcolo delle proposizioni. Esso tratta le relazioni logiche fra proposizioni composte di altre proposizioni mediante connettivi proposizionali, come ‘É’ e ‘É ’. Un altro connettivo di questo genere è la congiunzione ‘e’, per la quale si usa l’abbreviazione ‘.’: cosí, la proposizione congiuntivo ‘p e q’ viene scritta ‘p.q’. Il segno ‘~’ rappresenta la particella negativa ‘non’; cosí, ‘non p’ viene scritto ‘~p’. Esaminiamo il passaggio dal punto 6) al punto 7) della dimostrazione di Euclide. Questo passaggio non può essere analizzato soltanto con l’aiuto del calcolo proposizionale. È necessaria una regola di inferenza che appartiene ad una parte piú complessa della teoria logica, vale a dire a quella parte della logica che prende in considerazione la complessità interna di proposizioni contenenti espressioni come ‘tutti’, ‘ogni’, ‘qualche’, e loro sinonimi. Questi segni vengono tradizionalmente chiamati, come abbiamo già detto, quantificatori, e il ramo della teoria logica che discute le loro funzioni è la teoria della quantificazione. È necessario spiegare qualche cosa della notazione usata in questo settore piú avanzato della logica, come passo preliminare per analizzare il passaggio in questione. Oltre alle variabili al posto delle quali si possono sostituire delle proposizioni, dobbiamo considerare la categoria delle “variabili individuali”, come ‘x’, ‘y’, ‘z’, ecc., al posto delle quali si possono sostituire nomi di individui. Usando queste variabili, la proposizione universale ‘tutti i numeri primi maggiori di 2 sono dispari’ può essere cosí modificata: ‘per ogni x, se x è un numero primo maggiore di 2, allora x è dispari’. L’espressione ‘per ogni x’ è chiamata il quantificatore universale, e nella corrente notazione logica è abbreviato con il segno ‘(x)’. La proposizione universale può dunque scriversi: Finalmente, la conclusione della dimostrazione di Euclide, il punto 7), la quale asserisce che non vi è un numero primo maggiore di tutti, è simbolizzata da Siamo ora in grado di discutere il passaggio dal punto 6) al punto 7) della dimostrazione di Euclide. Vi è un teorema, in logica, che afferma La morale di tutto questo ragionamento è che la dimostrazione di Euclide implica tacitamente l’uso non solo di teoremi e regole di inferenza appartenenti al calcolo delle proposizioni, ma anche di regole di inferenza della teoria della quantificazione. |
|
| Nota 3.Per esempio, dei principi impliciti nella seguente deduzione: 5 è maggiore di 3; quindi il quadrato di 5 è maggiore del quadrato di 3. |
|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel 5. Un esempio di dimostrazione assoluta di compatibilità valida |
| Dobbiamo ora affrontare il secondo obiettivo che ci eravamo proposti all’inizio del capitolo precedente, e familiarizzarci con un importante, sebbene facilmente comprensibile, esempio di dimostrazione assoluta di compatibilità. Assimilando questa prova, il lettore sarà in una posizione migliore per apprezzare il significato dell’articolo di Gödel del 1931. Faremo vedere come una piccola parte dei Principia, la logica elementare delle proposizioni, possa venir formalizzata. Ciò comporta la conversione di un sistema frammentario in un calcolo di segni senza interpretazione. Svilupperemo, quindi, una dimostrazione assoluta di compatibilità.
Ciascuno degli assiomi può sembrare “ovvio” e banale. Ciononostante, è possibile derivare da essi, con l’aiuto delle regole di trasformazione esposte, una classe infinitamente ampia di teoremi che sono ben lontani dall’essere ovvi e banali. Per esempio, la formula Ora, si può dimostrare che ‘p É ( ~ p É q)’ (in parole: ‘se p, allora se non p allora q’) è un teorema del calcolo. (Accetteremo questo come un dato di fatto, senza riportare la dimostrazione.) Supponiamo, quindi, che una certa formula S come pure la sua contraddittoria ~ S siano deducibili dagli assiomi. Sostituendo S alla variabile ‘p’ nel teorema (come è lecito in base alla regola di sostituzione), e applicando due volte la regola di separazione, sarebbe deducibile la formula ‘q’[4]. Ma, se la formula costituita dalla variabile ‘q’ è dimostrabile, ne segue immediatamente che, sostituendo una qualsiasi formula al posto di ‘q’, qualsiasi formula è deducibile dagli assiomi. Appare cosí chiaramente che, se la formula S insieme con la sua contraddittoria ~S fosse deducibile dagli assiomi, qualsiasi formula sarebbe deducibile dagli assiomi. In breve, se il calcolo non è autocompatibile, ogni formula è un teorema, il che equivale a dire che da un insieme contraddittorio di assiomi è possibile dedurre una qualsiasi formula. Ma questo risultato ha un inverso: infatti, se non ogni formula è un teorema (cioè, se vi è almeno una formula che non è derivabile dagli assiomi), allora il calcolo è autocompatibile. Il problema, allora, è di dimostrare che vi è almeno una formula che non può essere dedotta dagli assiomi. La maniera di condurre la dimostrazione è di applicare il ragionamento metamatematico al sistema che ci sta dinanzi. Il procedimento è molto elegante. Esso consiste nel trovare una caratteristica o una proprietà strutturale delle formule che soddisfi alle seguenti tre condizioni: Se noi risolviamo positivamente questo triplo compito, abbiamo una dimostrazione assoluta dell’autocompatibilità del sistema. Il ragionamento si articola piú o meno così: la proprietà ereditaria si trasmette dagli assiomi a tutti i teoremi; ma se si riesce a trovare una configurazione di segni che risponde ai requisiti per essere una formula del sistema e che, ciononostante, non possiede la proprietà ereditaria specificata, allora questa formula non può essere un teorema. Possiamo dire le cose in un’altra maniera: se una formula manca di una caratteristica invariabilmente ereditata dagli assiomi, non può essere di fatto una loro conseguenza. Ma, se si scopre una formula che non è un teorema, abbiamo dimostrato l’autocompatibilità del sistema; infatti, come abbiamo appena notato, se il sistema non fosse coerente, ogni formula potrebbe essere dedotta dagli assiomi, cioè ogni formula sarebbe un teorema. In breve, l’esistenza di una singola formula senza la proprietà ereditaria risolve il problema. Individuiamo una proprietà del genere richiesto. Scegliamo la proprietà di essere una “tautologia”. Nel linguaggio ordinario, usualmente si dice che una locuzione è tautologica se contiene una ridondanza e se dice la stessa cosa due volte con parole diverse. Per esempio: ‘Giovanni è il padre di Carlo e Carlo è il figlio di Giovanni’. In logica, però, una tautologia è definita come una proposizione che non esclude alcuna possibilità logica. Per esempio: ‘O piove o non piove’. Un’altra maniera di dire le cose è che una tautologia è “vera in ogni mondo possibile”. Nessuno dubita che, a prescindere dallo stato reale del tempo (cioè a prescindere dal fatto che la proposizione piove, sia vera o falsa), la proposizione ‘o piove o non piove’ è necessariamente vera. Noi useremo questa nozione per definire la tautologia nel nostro sistema. Notiamo, innanzitutto, che ogni formula è costruita con costituenti elementari ‘p’, ‘q’, ‘r’, ecc. Una formula è una tautologia se è invariabilmente vera, a prescindere dal fatto che i suoi costituenti elementari siano veri o falsi. Cosi, nel primo assioma ‘(p Ú p) É p’, l’unico costituente elementare è ‘p’; ma non fa alcuna differenza se ‘p’ si suppone sia vero o falso: il primo assioma è vero in entrambi i casi. Lo si può vedere se sostituiamo a ‘p’ la proposizione ‘il monte Rainier è alto ventimila piedi’; otteniamo cosí, come esempio del primo assioma, la proposizione ‘se o il monte Rainier è alto ventimila piedi o il monte Rainier è alto ventimila piedi, allora il monte Rainier è alto ventimila piedi’. Il lettore si accorgerà subito, senza alcuna difficoltà, che questa lunga proposizione è vera, anche se non sapesse se la frase costitutiva ‘il monte Rainier è alto ventimila piedi’ è vera oppure no. Ovviamente, quindi, il primo assioma è una tautologia, cioè “vero in ogni mondo possibile”. Si può dimostrare facilmente che ciascuno degli assiomi rimanenti è anche una tautologia. Successivamente, è possibile provare che la proprietà di essere una tautologia è ereditaria per le regole di trasformazione, cosicché ogni formula correttamente dedotta dagli assiomi (cioè, ogni teorema) deve essere una tautologia.[5] Si è visto che la proprietà di essere una tautologia soddisfa a due delle tre condizioni summenzionate; ora siamo pronti per compiere il terzo passo. Dobbiamo cercare una formula che appartenga al sistema (cioè, sia costruita con i segni che si trovano nel vocabolario e secondo le regole di formazione), ma che non possa essere un teorema (cioè, non possa essere dedotta dagli assiomi), in quanto non dotata delle proprietà di essere una tautologia. Questa ricerca non è molto difficile. Per esempio, ‘p Ú q’ ha le proprietà richieste. Ha l’aspetto di un papero, ma in realtà è un anatroccolo: non appartiene alla famiglia. È una formula, ma non un teorema. Evidentemente non è una tautologia. Un esempio di sostituzione (o interpretazione) lo rivela immediatamente. Possiamo ottenere, per sostituzione delle variabili in ‘p Ú q’, la proposizione ‘Napoleone morì di cancro o Bismarck gradiva una tazza di caffè’. Questa non è una verità logica, perché sarebbe falsa se entrambe le proposizioni che intervengono in essa fossero false; e, anche se è una proposizione vera, non è vera a prescindere dalla falsità o dalla verità delle sue proposizioni costituenti (si ricordi quanto è stato detto piú sopra a proposito della tautologia). Abbiamo così raggiunto il nostro obiettivo. Abbiamo trovato almeno una formula che non è un teorema. Una tale formula non potrebbe esistere se gli assiomi fossero contraddittori. Conseguentemente, non è possibile dedurre dagli assiomi del calcolo proposizionale una formula e la sua negazione. In breve, abbiamo dato una dimostrazione assoluta dell’autocompatibilità del sistema[6]. Prima di lasciare il calcolo proposizionale, dobbiamo parlare di un’ultima cosa. Dato che ogni teorema di questo calcolo è una tautologia, una verità logica, è naturale domandarci se, inversamente, ogni verità logica esprimibile mediante il vocabolario del calcolo (cioè, ogni tautologia) è anche un teorema (cioè, è derivabile dagli assiomi). La risposta è affermativa, sebbene la dimostrazione sia troppo lunga per essere riportata in questa sede. Il punto che ci interessa, però, non dipende dalla nostra conoscenza della dimostrazione. Si tratta del fatto che, alla luce di questa conclusione, gli assiomi sono sufficienti a generare tutte le formule tautologiche, cioè tutte le verità logiche esprimibili nell’ambito del sistema. Assiomi di tale tipo si dicono “completi”. Ora, spesso è di interesse fondamentale determinare se un sistema assiomatizzato è completo. Infatti, uno dei motivi principali per l’assiomatizzazione delle varie parti della matematica è stato quello di stabilire un insieme di ipotesi iniziali dalle quali fossero deducibili tutte le proposizioni vere in un certo campo di ricerca. Quando Euclide assiomatizzò la geometria elementare, evidentemente egli scelse i suoi assiomi in modo che fosse possibile dedurre da essi tutte le verità geometriche, quelle che già erano state stabilite e quelle che si sarebbero scoperte in futuro. Di passaggio, è interessante notare come Euclide abbia avuto un profondo intuito nel trattare il suo famoso assioma delle parallele come un’ipotesi logicamente indipendente dagli altri suoi assiomi. Infatti, come fu dimostrato in seguito, quest’assioma non può essere dedotto dalle altre ipotesi, cosicché senza di esso l’insieme degli assiomi è incompleto. Ancora recentemente, si riteneva come ovvio che si potesse mettere insieme un insieme completo di assiomi per ogni ramo della matematica. In particolare, i matematici credevano che l’insieme proposto per l’aritmetica, nel passato, fosse di fatto completo, o che, nel caso peggiore, potesse essere reso completo semplicemente aggiungendo un numero finito di assiomi a quelli già esistenti. La scoperta dell’impossibilità di realizzare un tale programma è uno del risultati piú importanti di Gödel.
|
| Note al capitolo 5 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Nota 1.Quando non vi è possibilità di confusione, i segni d’interpunzione (cioè le parentesi) possono essere tralasciate. Cosí, invece di scrivere ‘~(p)’, è sufficiente scrivere ‘~p’; e invece di ‘(p) É (q)’, semplicemente ‘p É q’. | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Nota 2.Esempio di sostituzione nella formula ‘(p É q) É ( ~q É ~p)’ della variabile ‘p’ con la formula ‘r’ e della variabile ‘q’ con la formula ‘(p Ú r)’.
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Nota 3.Ne segue immediatamente che gli assiomi devono essere considerati dei teoremi. | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Nota 4.‘p É ( ~ p É q)’. Sostituendo S a ‘p’, otteniamo: S É (~S É q). Da questa e dalla S che supponiamo sia dimostrabile, otteniamo, con la regola di separazione, ~S É q. Finalmente, dato che ~S si suppone pure dimostrabile, usando la regola di separazione ancora una volta, otteniamo: q. | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Nota 5.Si può ragionare nella maniera seguente. La proprietà di essere una tautologia è stata definita in termini di vero e falso. Queste nozioni, ovviamente, implicano un riferimento a qualche cosa al di fuori del calcolo formale. Perciò, il procedimento sopra descritto offre, in effetti, un’interpretazione del calcolo, fornendo un modello del sistema. Cosí facendo, gli autori non hanno mantenuto la loro promessa di definire una proprietà delle formule in termini di pure caratteristiche strutturali delle formule stesse. Sembra che la difficoltà notata nel capitolo 2 - che le dimostrazioni di compatibilità che sono basate su modelli, e che partono dalla verità degli assiomi per giungere alla loro reciproca compatibilità, spostino semplicemente il problema - non sia stata, dopo tutto, evitata con successo. Perché allora chiamare la prova “assoluta” anziché relativa? Questa obiezione è giusta se si riferisce all’esposizione del nostro libro. Ma noi abbiamo adottato questa forma per non opprimere il lettore non abituato con una presentazione altamente astratta che avrebbe fornito una dimostrazione intuitivamente opaca. Poiché il lettore piú avventuroso può desiderare di essere messo di fronte alle cose come stanno, di vedere una definizione non abbellita la quale non sia passibile delle obiezioni in questione, daremo la dimostrazione rigorosa. Ricordiamo che una formula del calcolo è una delle lettere usate come variabili proposizionali (che abbiamo dianzi chiamate formule elementari) o un composto di queste lettere, dei segni usati come connettivi proposizionali, e di parentesi. Conveniamo di includere ogni formula elementare in una delle due classi mutuamente esclusive ed esaurienti K1 e K2. Formule non elementari vengono incluse in queste classi secondo le convenzioni seguenti:
Un tale esame mostra che ciascuno dei quattro assiomi è una tautologia. Un procedimento conveniente è quello di costruire una tabella che elenchi tutte le maniere possibili in cui i costituenti elementari dì una data formula possono essere posti nelle due classi. Da questa tabella possiamo determinare, per ciascuna possibilità, a quale classe appartengono i costituenti non elementari della formula data, e a quale classe la formula intera appartiene.
Daremo anche la dimostrazione che la proprietà di essere una tautologia è ereditaria per la regola di separazione. (La dimostrazione che è ereditaria per la regola di sostituzione viene lasciata al lettore.) Supponiamo che due formule S1 ed S1 É S2 siano entrambe delle tautologie; vogliamo mostrare che in tal caso S2 è una tautologia. Supponiamo che S2 non sia una tautologia. Allora, almeno per una classificazione dei suoi costituenti elementari, S2 apparterrà a K2. Ma, per ipotesi, S1 è una tautologia, per cui apparterrà a K1 per tutte le classificazioni dei suoi costituenti elementari, e, in particolare, per la classificazione che implica l’appartenenza di S2 a K2. In base a ciò, per quest’ultima classificazione, S1 É S2 deve appartenere a K2, per la convenzione 2). Questo però, contraddice l’ipotesi che S1 É S2 sia una tautologia. Di conseguenza, S2 deve essere una tautologia, se vogliamo evitare tale contraddizione. La proprietà di essere una tautologia viene quindi trasmessa, dalla regola di separazione, dalle premesse alle conclusioni deducibili da esse mediante la detta regola. Ed ora un commento finale sulla definizione di tautologia data precedentemente. Le due classi K1 e K2 usate nella dimostrazione, possono essere interpretate come le classi delle proposizioni vere e false, rispettivamente. Ma il risultato e la dimostrazione, come abbiamo visto, non dipendono in alcuna maniera da tale interpretazione, anche se l’esposizione viene piú facilmente compresa quando le due classi vengono identificate in tal modo. |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Nota 6.Il lettore può trovare utile la seguente ricapitolazione della dimostrazione:
|
|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel 6. L’idea della rappresentazione e il suo uso in matematica |
| Il calcolo proposizionale è un esempio di sistema matematico per il quale gli obiettivi della teoria hilbertiana sono perfettamente realizzati. In realtà, questo calcolo codifica solo una piccola parte della logica formale, e il suo vocabolario e il suo apparato formale non sono sufficienti per sviluppare neanche l’aritmetica elementare. Il programma di Hilbert, tuttavia, non è così limitato. Esso può essere realizzato con successo per sistemi piú ampi, i quali, come si può dimostrare con ragionamenti metamatematici, sono coerenti e completi. Per esempio, si possiede una dimostrazione assoluta dell’autocompatibilità di un sistema aritmetico che ammette l’addizione dei numeri cardinali ma non la moltiplicazione. Ma il metodo finitistico di Hilbert è abbastanza potente da dimostrare la coerenza di un sistema come i Principia, il cui vocabolario e il cui apparato logico sono adatti a esprimere l’intera aritmetica e non soltanto un frammento di essa? Tentativi ripetuti di costruire una tale dimostrazione non ebbero successo; e la pubblicazione del lavoro di Gödel nel 1931 mostrò, finalmente, che tutti questi sforzi operanti all’interno degli stretti limiti del programma originale di Hilbert sono destinati a fallire. Che cosa stabili Gödel, e in quale maniera dimostrò i suoi risultati? Le sue conclusioni principali sono di due tipi. In primo luogo (per quanto questo non sia l’ordine usato da Gödel), egli mostrò che è impossibile dare una dimostrazione metamatematica della coerenza di un sistema abbastanza ampio da contenere l’aritmetica, a meno che la dimostrazione non usi delle regole d’inferenza per certi aspetti essenzialmente differenti dalle regole di trasformazione usate nella deduzione del teoremi nel sistema dato. Una tale dimostrazione, a dire il vero, può possedere un grande valore e una grande importanza. Però, se il tipo di ragionamento in essa usato è basato su regole d’inferenza molto piú potenti delle regole del calcolo aritmetico, cosí che la coerenza delle ipotesi nel processo ragionativo possa essere messa in dubbio come la coerenza dell’aritmetica, la dimostrazione riporterebbe soltanto una vittoria apparente: un drago ucciso solo per crearne un altro. In ogni caso, se la dimostrazione non è finitistica, essa non realizza l’obiettivo del programma di Hilbert; e le argomentazioni di Gödel rendono molto improbabile che una dimostrazione finitistica della coerenza dell’aritmetica possa essere costruita. La seconda conclusione principale di Gödel è anche piú sorprendente e rivoluzionaria della prima, in quanto dimostra una fondamentale limitazione delle possibilità del metodo assiomatico. Gödel mostrò che i Principia, o qualsiasi altro sistema nel cui ambito possa venir sviluppata l’aritmetica, è essenzialmente incompleto. In altre parole, dato un insieme qualsiasi di assiomi aritmetici, vi sono delle proposizioni aritmetiche logicamente vere le quali non possono essere dedotte dall’insieme. Questo punto cruciale merita un’illustrazione. La matematica abbonda di proposizioni generali, alle quali non si è mai trovata un’eccezione, che hanno resistito a tutti i tentativi di dimostrazione. Un esempio classico è noto come “teorema di Goldbach”, e afferma che ogni numero pari è la somma di due numeri primi. Non si è mai trovato un numero pari che non fosse la somma di due numeri primi, ma nessuno è riuscito a trovare una dimostrazione che la congettura di Goldbach si applichi, senza eccezione, a tutti i numeri pari. Questo, quindi, è un esempio di proposizione aritmetica che può essere vera, ma non derivabile dagli assiomi dell’aritmetica. Supponiamo, ora, che l’idea di Goldbach sia universalmente vera, per quanto non deducibile dagli assiomi. Che cosa si può dire della possibilità che, in tale eventualità, gli assiomi vengano modificati o completati in maniera tale che proposizioni finora indimostrate (come quella di Goldbach, nella nostra ipotesi) possano venir dedotte dal sistema modificato? I risultati di Gödel provano che, anche se l’ipotesi fosse corretta, tale possibilità non porterebbe alcun rimedio sostanziale alla difficoltà. Vale a dire, se anche gli assiomi dell’aritmetica fossero aumentati di un numero indefinito di altri assiomi veri, vi sarebbero sempre altre verità aritmetiche. formalmente non deducibili dall’insieme piú ampio. Tali proposizioni vere potrebbero, come vedremo, essere dimostrate mediante una forma di ragionamento metamatematico sul sistema aritmetico. Ma un tale procedimento non soddisfa al requisito che il calcolo debba essere, per così dire, autocontenuto, e che le verità in questione debbano essere mostrate come conseguenze formali degli assiomi specificati del sistema. Vi è, quindi, una limitazione inerente al metodo assiomatico in quanto metodo di sistematizzazione dell’intera aritmetica. Come giunse Gödel alle sue conclusioni? Fino a un certo punto, la struttura di questo argomento è modellata, come egli stesso fece osservare, sul tipo di ragionamento impiegato in una delle antinomie logiche nota come “paradosso di Richard”, dal nome del matematico francese Jules Richard che per primo la propose nel 1905. Descriveremo questo paradosso. Consideriamo un linguaggio in cui le proprietà puramente aritmetiche dei numeri cardinali possano essere formulate e definite. È chiaro che, se si vogliono evitare circoli viziosi o regressi all’infinito, certi termini che si riferiscono a proprietà aritmetiche non possono essere definiti esplicitamente - in quanto non possiamo definire tutto e dobbiamo partire da qualche cosa - sebbene essi possano, presumibilmente, essere compresi in altro modo. Per i nostri scopi, non importa quali siano i termini non definiti o “primitivi”; possiamo supporre, per esempio, di conoscere ciò che intendiamo con ‘un intero è divisibile per un altro intero’, ‘un intero è il prodotto di due interi’, e cosí via. La proprietà di essere un numero primo può venir definita così: ‘non divisibile da altri interi che non siano l’unità o se stesso’; la proprietà di essere un quadrato perfetto potrebbe essere definita in questa maniera: ‘essere il prodotto di un intero per se stesso’; e così via. Possiamo vedere come ciascuna definizione contenga solo un numero finito di parole, e perciò solo un numero finito di lettere dell’alfabeto. Stando così le cose, le definizioni possono essere ordinate in una serie: una definizione precederà un’altra se il numero di lettere della prima è minore del numero di lettere della seconda; e, se due definizioni hanno lo stesso numero di lettere, l’una precederà l’altra in base all’ordine alfabetico delle lettere in ciascuna di esse. Nell’ambito di questa ordinazione, a ciascuna definizione corrisponderà un numero intero unico, che rappresenterà il posto che la definizione occupa nella serie. Per esempio, la definizione con il numero piú piccolo di lettere corrisponderà al numero 1, la definizione successiva al numero 2, ecc. Dato che ogni definizione è associata a un unico intero, può accadere che, in certi casi, l’intero possegga proprio la proprietà presente nella definizione con la quale è correlato l’intero stesso[1]. Supponiamo, per esempio, che l’espressione ‘non divisibile per alcun intero diverso dall’unità e da se stesso’ sia correlata con il numero d’ordine 17; ovviamente lo stesso numero 17 ha la proprietà definita dall’espressione. D’altra parte, supponiamo che l’espressione ‘essere il prodotto di un intero per se stesso’ sia correlata con il numero d’ordine 15; evidentemente 15 non possiede la proprietà definita dall’espressione. Descriveremo tale stato di cose dicendo che il numero 15 ha la proprietà di essere richardiano, e - nel primo esempio - dicendo che il numero 17 non ha la proprietà di essere richardiano. Piú generalmente, conveniamo che ‘x è richardiano’ sia un modo conciso di dire ‘x non possiede la proprietà definita dall’espressione alla quale è correlato il numero x nell’insieme serialmente ordinato delle definizioni’. Veniamo ora a un aspetto curioso ma caratteristico di quella definizione che è il paradosso di Richard. La definizione della proprietà di essere richardiano descrive chiaramente una proprietà numerica degli interi. L’espressione stessa, perciò, appartiene alla serie di definizioni suesposte. Ne segue che l’espressione è correlata a un intero indicante il suo posto nella serie. Supponiamo sia n tale numero. Ci domandiamo (ricordandoci dell’antinomia di Russell): n è richardiano? Il lettore può, senza dubbio anticipare la fatale contraddizione che ci minaccia. Infatti, n è richardiano se, e solo se, non possiede la proprietà definita dall’espressione con la quale n è correlato (cioè, se non ha la proprietà di essere richardiano). Brevemente, n è richardiano se, e solo se, n è non richardiano; cosicché la proposizione ‘n è richardiano’ è insieme vera e falsa. Vogliamo ora sottolineare che la contraddizione, in un certo senso, è un inganno prodotto dal fatto che il giuoco non è stato condotto correttamente. Un’ipotesi, tacita ma essenziale, presente nell’ordinamento seriale delle definizioni è stata dimenticata lungo la dimostrazione, quando è risultato conveniente. Si era convenuto di considerare le definizioni delle proprietà puramente aritmetiche degli interi, proprietà che possono essere formulate con l’aiuto di nozioni quali l’addizione aritmetica, la moltiplicazione, ecc. Ma in seguito, senza che ce ne accorgessimo, siamo stati disposti ad accettare una definizione nella serie la quale fa riferimento alla notazione usata nella formulazione delle proprietà aritmetiche. Piú specificatamente, la definizione della proprietà di essere richardiano non appartiene alla serie, quale la si intendeva all’inizio, perché la definizione in esame implica nozioni metamatematiche quali il numero di lettere (o segni) contenute nelle espressioni. Possiamo evitare il paradosso di Richard distinguendo attentamente fra proposizioni nell’ambito dell’aritmetica (le quali non si riferiscono affatto a un qualsiasi sistema di notazione) e proposizioni intorno a qualche sistema di notazioni nel quale sia codificata l’aritmetica. Il ragionamento fatto nella costruzione del paradosso di Richard è ovviamente fallace. La costruzione, ciononostante, suggerisce che forse è possibile “rappresentare” o “rispecchiare” affermazioni metamatematiche intorno a un sistema formale sufficientemente ampio, nel sistema stesso. L’idea della “rappresentazione” è ben nota e ha una parte fondamentale in molti rami della matematica. Essa viene usata, evidentemente, nella costruzione delle ordinarie proiezioni, nelle quali figure tracciate su una sfera sono proiettate su un piano, in modo che le relazioni tra le figure piane rispecchino le relazioni fra le figure sulla sfera. Viene pure usata nella geometria analitica, la quale traduce la geometria nell’algebra, cosicché le relazioni geometriche vengono rappresentate mediante relazioni algebriche. Il lettore ricorderà la discussione fatta nel capitolo 2, in cui si spiegava come Hilbert avesse usato l’algebra per dimostrare la compatibilità del suoi assiomi geometrici. Ciò che in realtà fece Hilbert fu di rappresentare la geometria con l’algebra. La rappresentazione ha una parte importante anche in fisica matematica dove, per esempio, certe relazioni fra le proprietà della corrente elettrica sono rappresentate nel linguaggio dell’idrodinamica. La rappresentazione è pure presente quando viene costruito un modello pilota prima di procedere alla costruzione della macchina reale, quando una piccola superficie alare viene osservata nelle sue proprietà aerodinamiche in una galleria a vento, o quando un apparecchio da laboratorio costituito da circuiti elettrici viene usato per studiare le relazioni fra grandi masse in movimento. Un esempio notevolmente significativo è mostrato nella [vedi Fig. 3], la quale illustra un tipo di rappresentazione che interviene in un ramo della matematica noto come geometria proiettiva. La caratteristica fondamentale della rappresentazione è che una struttura astratta di relazioni valide in un dominio di “oggetti” si può dimostrare valida tra “oggetti” (normalmente di tipo diverso dal primo) di un altro dominio. Fu questa caratteristica che stimolò Gödel a costruire la sua prova. Se delle proposizioni metamatematiche riguardanti un sistema formalizzato dell’aritmetica potessero, come egli sperava, essere tradotte in (o rappresentate da) proposizioni aritmetiche all’interno del sistema stesso, si otterrebbe un vantaggio notevole nel facilitare le dimostrazioni metamatematiche. Infatti, proprio come è piú semplice trattare con formule algebriche rappresentanti (o rispecchianti) intricate relazioni geometriche [vedi Fig. 3]tra curve e superfici nello spazio, che non con le relazioni geometriche stesse, allo stesso modo è piú semplice trattare con le controparti aritmetiche (o “immagini speculari”) di complesse relazioni logiche, che non con le relazioni logiche stesse. Lo sfruttamento della nozione di rappresentazione è la chiave dell’argomentazione del famoso articolo di Gödel. Seguendo lo stile del paradosso di Richard, ma evitando attentamente l’incongruenza implicita nella costruzione richardiana, Gödel mostrò che proposizioni metamatematiche intorno a un calcolo aritmetico formalizzato possono veramente rappresentarsi con formule aritmetiche del calcolo stesso. Come spiegheremo in dettaglio nel prossimo capitolo, egli escogitò un metodo di rappresentazione tale che né la formula aritmetica corrispondente a una certa proposizione metamatematica vera intorno alla formula stessa, né la formula aritmetica corrispondente alla negazione di tale proposizione, sono dimostrabili all’interno del calcolo. Dato che una di queste formule aritmetiche deve codificare una verità aritmetica e, d’altra parte, non è derivabile dagli assiomi, gli assiomi sono incompleti. Il metodo della rappresentazione permise a Gödel di costruire una formula aritmetica corrispondente alla proposizione metamatematica ‘il calcolo è coerente’ e di mostrare che questa formula non è dimostrabile all’interno del calcolo. Ne segue che tale proposizione metamatematica non può essere dimostrata a meno che non vengano usate delle regole di inferenza le quali non possono essere rappresentate nel calcolo: cosicché, nella dimostrazione della proposizione, devono essere impiegate delle regole la cui propria coerenza può essere messa in dubbio come la coerenza dell’aritmetica stessa. Gödel stabili queste fondamentali conclusioni usando una forma particolarmente ingegnosa di rappresentazione. |
Note al capitolo 6
|
Nota 1.Questa è la stessa cosa che accadrebbe se la parola ‘corto’ apparisse in una lista di parole, e noi caratterizzassimo ciascuna parola, della lista con la proprietà descrittiva “corto” o “lungo”. La parola ‘corto’ sarebbe caratterizzata da “corto”.
| |
| Fig. 3 - illustra il teorema di Pappo | |||
| |||
| |||
|
|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel 7- Le prove di Gödel |
| Il lavoro di Gödel è difficile. È necessario assimilare bene quarantasei definizioni preliminari, insieme con molti teoremi preliminari assai importanti. Sceglieremo una via piú semplice che, tuttavia, dovrebbe egualmente permettere al lettore di gettare uno sguardo sull’argomentazione e sulla struttura finale.
La numerazione di Gödel La tabella 5 illustra l’uso di queste regole, specificando i numeri di Gödel per alcune variabili. Consideriamo, ora, una formula del sistema, per esempio ‘(($x)(x= sy)’. (Letteralmente tradotta, essa suona cosí: ‘vi è un x tale che x è il successore immediato di y’, e asserisce, in effetti, che ogni numero possiede un successore immediato.) I numeri associati ai suoi dieci costituenti elementari sono, rispettivamente, 8, 4, 11, 9, 8, 11, 5, 7, 13, 9. Lo indichiamo schematicamente in questa maniera:
È desiderabile, però, assegnare un singolo numero alla formula anziché un insieme di numeri ai suoi costituenti. Ciò si può fare facilmente. Conveniamo di associare alla formula il numero unico dato dal prodotto dei primi dieci numeri primi in ordine di grandezza, ciascun primo essendo elevato a una potenza eguale al numero di Gödel del corrispondente segno elementare. La formula suddetta viene dunque associata al numero Nel calcolo possono intervenire segni che non compaiono nel vocabolario fondamentale; essi vengono introdotti definendoli con l’aiuto dei segni del vocabolario. Per esempio, il segno ‘.’, il connettivo proposizionale usato come abbreviazione di ‘e’, può essere definito nel contesto come segue: ‘p.q’ sta per ‘~(~p Ú ~q)’. Quale numero di Gödel viene assegnato a un segno cosí definito? La risposta è ovvia se notiamo che espressioni contenenti segni definiti possono essere eliminati mediante i loro equivalenti che le definiscono; ed è chiaro che un numero di Gödel può essere determinato per le espressioni trasformate. Secondo ciò, il numero di Gödel della formula ‘p.q’ è il numero di Gödel della formula ‘~(~p Ú ~q)’. Similmente, i vari numerali possono essere introdotti con le definizioni seguenti: ‘1’ sta per ‘s0’, ‘2’ sta per ‘ss0’, ‘3’ sta per ‘sss0’, e cosí via. Per ottenere il numero di Gödel della formula ‘~ (2 = 3)’, noi eliminiamo i segni non elementari, ottenendo la formula ‘~ (ss0 = sss0)’, e determiniamo il numero di Gödel secondo le regole citate piú sopra.
Consideriamo, infine, una sequenza di formule, quale può intervenire in una dimostrazione; per esempio, la sequenza
La seconda formula, una volta tradotta, suona così: ‘0 ha un successore immediato’; essa è deducibile dalla prima sostituendo il numerale ‘0’ al posto della variabile numerica ‘y’[3]. Abbiamo già determinato il numero di Gödel della prima formula: è m; supponiamo che n sia il numero di Gödel della seconda formula. Come prima, è conveniente avere un singolo numero che caratterizzi la sequenza. Conveniamo, perciò, di associare ad essa il prodotto dei primi due numeri primi in ordine di grandezza (cioè 2 e 3), ciascuno elevato a una potenza eguale al numero di Gödel della formula corrispondente della sequenza. Se indichiamo questo numero con k, scriveremo 2m´3n. Applicando questa procedura compatta, possiamo ottenere un numero per ogni sequenza di formule. In sostanza, ogni espressione del sistema, sia che si tratti di un segno elementare, di una sequenza di segni, o di una sequenza di sequenze, può ricevere un numero di Gödel. Ciò che abbiamo fatto finora, è stato di stabilire un metodo per “aritmetizzare” completamente il calcolo formale. Il metodo consiste, essenzialmente, in un insieme di indicazioni per fissare una corrispondenza biunivoca tra le espressioni del calcolo e certi sottoinsiemi dei numeri interi. Non ogni numero intero è un numero di Gödel. Consideriamo, per esempio, il numero 100. Tale numero è maggiore di 10, e perciò non può essere il numero di Gödel di un segno elementare costante; e, poiché non è neppure un numero primo maggiore di 10, né il quadrato o il cubo di un tale numero primo, non può essere il numero di Gödel di una variabile. Scomponendo 100 in fattori primi, troviamo che esso è uguale a 2² ´ 5²; e il numero primo 3 non compare come fattore della decomposizione, ma viene saltato. Secondo le regole enunciate, però, il numero di Gödel di una formula (o di una sequenza di formule) deve essere il prodotto di successivi numeri primi, ciascuno elevato a una certa potenza. Il numero 100 non soddisfa a questa definizione. In breve, 100 non può essere il numero di Gödel assegnato a un segno costante, a una variabile, a una formula. Quindi non è un numero di Gödel. Una volta data un’espressione, si può calcolare il numero di Gödel che gli corrisponde, in maniera univoca. Ma questa è solo la prima metà della faccenda. Una volta dato un numero, possiamo determinare se è un numero di Gödel, e, se lo è, si può analizzare esattamente o “ritrovare” l’espressione che esso rappresenta. Se un certo numero è minore o eguale a 10, esso è il numero di Gödel di un segno costante elementare. Il segno può venir così identificato. Se il numero è maggiore di 10, esso può venire scomposto in fattori primi in modo unico (come sappiamo da un noto teorema dell’aritmetica)[4]. Se si tratta di un numero primo maggiore di 10, o la seconda o terza potenza di un tale numero primo, si tratta del numero di Gödel di una variabile identificabile. Se si tratta del prodotto di numeri primi successivi, ciascuno elevato a una certa potenza, può essere il numero di Gödel di una formula o di una sequenza di formule. In tal caso, l’espressione al quale corrisponde può, di nuovo, essere determinata. Seguendo questo programma, possiamo scomporre ciascun numero in pezzi, come se fosse una macchina, scoprire come è costruito e quali parti lo compongono; e, poiché ciascuno dei suoi elementi corrisponde a un elemento dell’espressione che rappresenta, possiamo ricostituire l’espressione, analizzare la sua struttura e le sue caratteristiche. La tabella 6 illustra come, dato un numero, possiamo stabilire se esso è un numero di Gödel e, se lo è, quale espressione esso rappresenti.
L’aritmetizzazione della metamatematica Questa funzione è molto complessa, come possiamo vedere se cerchiamo di formularla in maggior dettaglio. Tentiamo una tale formulazione, senza condurla alla fine. È stato mostrato a pagina 78 che m, il numero di Gödel di ‘((x) (x = sy)’, vale Paragoniamo ora i due numeri di Gödel m ed r. Il primo, cioè m, contiene un fattore primo elevato alla potenza 13; il secondo, cioè r, contiene tutti i fattori primi di m e molti altri ancora, ma nessuno di essi è elevato alla potenza 13. Il numero r può dunque ottenersi dal numero m, sostituendo il fattore primo in m che è elevato alla potenza 13 con altri numeri primi elevati a qualche potenza diversa da 13. Per poter dire con esattezza in pieno dettaglio come r è legato a m, non si può fare a meno di introdurre una grande quantità di apparato notazionale in piú, come è fatto nel lavoro originale di Gödel. Ma abbiamo già detto a sufficienza per indicare che il numero r è una funzione aritmetica definita di m e di 13. Il numero cercato può perciò essere designato nell’ambito del calcolo. Tale designazione verrà scritta nella forma ‘sost (m, 13, m)’, lo scopo di tale forma essendo quello di ricordare la caratterizzazione metamatematica che essa rappresenta, cioè ‘il numero di Gödel della formula ottenuta dalla formula con numero di Gödel m, sostituendo la variabile con numero di Gödel 13 con il numerale corrispondente a m’. Possiamo ora lasciare da parte l’esempio e generalizzare. Il lettore vedrà facilmente che l’espressione ‘sost(y, 13, y)’ è l’immagine speculare, nell’ambito del calcolo aritmetico formalizzato, della caratterizzazione metamatematica: ‘il numero di Gödel della formula ottenuta dalla formula con numero di Gödel y, sostituendo alla variabile con numero di Gödel 13 il numerale corrispondente a y’. Egli noterà pure che, quando un numerale definito viene sostituito a ‘y’ in ‘sost(y, 13, y)’ - per esempio, il numerale corrispondente a m o quello corrispondente e duecentoquarantatré milioni - l’espressione risultante designa un intero ben definito, che è il numero di Gödel di una certa formula.
A questo punto molte obiezioni possono essere sollevate dal lettore, le quali richiedono una risposta. Ci si può domandare perché, nella caratterizzazione metamatematica ora menzionata, noi diciamo che è il “numerale corrispondente a y ” che deve essere sostituito al posto di una certa variabile, invece del “numero y”. La risposta dipende dalla distinzione, già discussa, tra la matematica e la metamatematica, e richiede una breve spiegazione della differenza fra numeri e numerali. Un numerale è un segno, un’espressione linguistica, qualche cosa che si può scrivere, cancellare, copiare, e cosí via. Un numero, invece, è un qualche cosa cui un numerale dà un nome o una designazione, e che non può essere, letteralmente, scritto, cancellato, copiato, ecc. Cosí, noi diciamo che 10 è il numero delle nostre dita e, nel fare questa affermazione, attribuiamo una certa “proprietà” alla classe delle nostre dita; ma sarebbe, evidentemente, assurdo dire che questa proprietà è un numerale. Ancora, il numero 10 ha tale nome dal numerale arabico ‘10’, e dalla lettera latina ‘X’; questi nomi sono differenti, sebbene indichino lo stesso numero. Brevemente, quando sostituiamo una variabile numerica (che è una lettera o segno), noi mettiamo un segno al posto di un altro segno. Non possiamo sostituire letteralmente un numero a un segno, perché un numero è una proprietà delle classi (e viene talvolta identificato con un concetto), non qualche cosa che si può mettere sulla carta. Ne segue che, sostituendo una variabile numerica, possiamo sostituirvi solo un numerale (o qualche altra espressione numerica, quale ‘s0’ o ‘7 + 5’), e non un numero. Questo spiega perché, nella caratterizzazione metamatematica suddetta, noi affermiamo che sostituiamo alla variabile il numerale corrispondente a (il numero) y, invece che il numero y stesso.
Il nocciolo della dimostrazione di Gödel |
|||||||||||||||||||||||||||||
| 1) Gödel mostrò in che modo sia possibile costruire una formula aritmetica G che rappresenti la proposizione metamatematica: ‘la formula G non è dimostrabile’. Questa formula, allora, evidentemente afferma la sua non dimostrabilità. In un certo senso, G viene costruita analogamente al paradosso di Richard. In tale paradosso, l’espressione ‘richardiano’ è associata a un certo numero n, e la proposizione ‘n è richardiano’ viene costruita. Nel ragionamento di Gödel, anche la formula G è associata a un certo numero b, ed è cosí costruita che corrisponde alla proposizione: ‘la formula con il numero b associato ad essa non è dimostrabile’. | |||||||||||||||||||||||||||||
| 2) Gödel, d’altra parte, dimostrò anche che G è dimostrabile se, e solo se, la sua negazione formale ~ G è dimostrabile. Questo aspetto della dimostrazione è di nuovo analogo al corrispondente aspetto del paradosso di Richard, in cui si dimostra che n è richardiano se, e solo se, n non è richardiano. Allora, se una formula e la sua negazione formale sono entrambe formalmente dimostrabili, il calcolo aritmetico è contraddittorio. In base a ciò, se il calcolo è autocompatibile, né G né la sua negazione formale ~ G sono formalmente deducibili dagli assiomi dell’aritmetica. | |||||||||||||||||||||||||||||
| 3) Gödel, quindi, dimostrò che, sebbene G non sia formalmente dimostrabile, tuttavia è una formula aritmetica vera. È vera nel senso che afferma che ogni intero possiede una certa proprietà aritmetica, che può essere esattamente definita ed è posseduta da qualsiasi intero assegnato. | |||||||||||||||||||||||||||||
| 4) Dato che G è vera e insieme formalmente indecidibile, gli assiomi dell’aritmetica non sono completi. In altre parole, non possiamo dedurre tutte le verità aritmetiche dagli assiomi. Inoltre, Gödel dimostrò che l’aritmetica è essenzialmente incompleta: anche se si supponessero altri assiomi aggiuntivi, tali da permettere la formale deduzione della formula vera G dall’insieme piú ampio, si potrebbe costruire un’altra formula vera ma formalmente indecidibile. | |||||||||||||||||||||||||||||
| 5) Gödel, infine, descrisse la maniera in cui costruire una formula aritmetica A che rappresenti la proposizione metamatematica: ‘l’aritmetica è autocompatibile’; e dimostrò che la formula ‘A É G’ è formalmente dimostrabile. Finalmente, egli mostrò che la formula A non è dimostrabile. Ne segue che l’autocompatibilità dell’aritmetica non può essere stabilita con argomenti rappresentabili nel calcolo aritmetico formale. Esaminiamo ora, in maggior dettaglio, i singoli elementi di questa sequenza. | |||||||||||||||||||||||||||||
|
|
Ernst Nagel e James R. Newman La prova di Gödel 8- Riflessioni conclusive |
| Il significato delle conclusioni di Gödel è di grande portata, anche se non è stato ancora compreso completamente. Queste conclusioni mostrano che la prospettiva di trovare per ogni sistema deduttivo (e in particolare per un sistema nel quale l’intera aritmetica possa venir espressa) una dimostrazione assoluta di autocompatibilità che soddisfi alle richieste finitistiche delle proposte di Hilbert, per quanto non logicamente impossibile, è molto improbabile[1]. Esse mostrano anche che esiste un numero infinito di proposizioni aritmetiche vere che non possono essere formalmente dedotte da alcun insieme di assiomi mediante un insieme chiuso di regole di inferenza. Ne segue che un approccio assiomatico alla teoria dei numeri, per esempio, non può esaurire il dominio delle verità aritmetiche. Ne segue pure che ciò che noi intendiamo per processo di dimostrazione matematica non coincide con l’utilizzazione di un metodo assiomatico formalizzato. Un procedimento assiomatico formalizzato è basato su un insieme, inizialmente determinato e fissato, di assiomi e di regole di trasformazione. Come mostrano i ragionamenti di Gödel, non è possibile porre alcun limite aprioristico all’inventiva dei matematici nell’escogitare nuove regole di dimostrazione. Conseguentemente, non è possibile fare alcuna previsione sulla precisa forma logica delle dimostrazioni matematiche valide. Alla luce di queste considerazioni, l’eventualità di una definizione perfettamente inclusiva della verità matematica o logica, o la necessità - in cui Gödel stesso sembra credere - di un realismo filosofico generale del tipo dell’antico platonismo per definire adeguatamente tale verità, sono problemi ancora dibattuti e troppo difficili per essere ulteriormente analizzati in questa sede.
Il realismo platonico adotta la concezione che la matematica non crea o inventa i suoi “oggetti”, ma li scopre come Colombo scoprì l’America. Ora, se ciò è vero, gli oggetti devono esistere, in una certa maniera, indipendentemente dalla loro scoperta. Secondo la dottrina di Platone, gli oggetti dello studio matematico non si trovano nell’ordine spaziotemporale. Essi sono forme o archetipi disincarnati ed eterni che risiedono in un particolare mondo accessibile soltanto all’intelletto. Secondo questa visione, le forme triangolari o circolari dei corpi fisici, che possono essere percepite dai sensi, non sono gli oggetti propri della matematica. Queste forme sono delle incarnazioni imperfette del triangolo “perfetto” o del cerchio “perfetto”, i quali sono increati, mai compiutamente manifestati dalle cose materiali e comprensibili soltanto dalla mente esploratrice del matematico. Gödel sembra condividere una visione simile quando dice: “Le classi e i concetti possono... essere concepiti come oggetti reali ... esistenti indipendentemente dalle nostre definizioni e costruzioni. Mi sembra che l’ipotesi dell’esistenza di tali oggetti sia assai legittimata, come l’ipotesi dell’esistenza dei corpi fisici, e vi sono molte ragioni per credere nella loro esistenza.”[2]
Le conclusioni di Gödel fanno sorgere la questione se sia possibile costruire una macchina calcolatrice che faccia concorrenza al cervello umano in fatto di intelligenza matematica. Le macchine calcolatrici odierne posseggono un insieme fissato di direttive immagazzinare dentro di esse; queste direttive corrispondono alle regole di inferenza stabilite nella procedura assiomatica formalizzata. Le macchine, così, forniscono risposte a problemi operando in una maniera discontinua, ogni passaggio essendo controllato dalle direttive immagazzinate. Ma, come Gödel dimostrò nel suo teorema di incompletezza, vi sono innumerevoli problemi, nella teoria elementare dei numeri, che esulano dalle possibilità di un metodo assiomatico fissato, e che tali macchine non possono risolvere, comunque intricato e ingegnoso possa essere il loro meccanismo, e comunque rapide possano essere le loro operazioni. Assegnato un certo problema, una macchina di questo tipo potrebbe essere costruita per risolverlo; ma non è possibile costruire una macchina che risolva ogni problema. Il cervello umano, in realtà, possiede le sue intrinseche limitazioni, e vi possono essere dei problemi matematici che esso è incapace di risolvere. Ma, anche così, il cervello umano sembra possedere una struttura di regole di operazione la quale è di gran lunga piú potente della struttura delle macchine che al giorno d’oggi vengono correntemente concepite. Non vi è alcuna prospettiva immediata di rimpiazzare la mente umana con un robot.
|
| TABELLA 4 | |||||||||||||||||||||||||||||||||
|
TABELLA 5
a)Le variabili numeriche sono associate a numeri primi maggiori di 10.
Variabile numerica
Numero di Gödel
Possibile esempio di sostituzione
x
11
0
y
13
s0
z
17
y
b)Le variabili proposizionali sono associate ai quadrati di numeri primi maggiori di 10.
Variabile proposizionale
Numero di Gödel
Possibile esempio di sostituzione
p
11²
0=0
q
13²
($x)(x= sy)
r 17² p É q
c)Le variabili predicative sono associate ai cubi di numeri primi maggiori di 10.
Variabile predicativa Numero di Gödel Possibile esempio di sostituzione
P 11³ primo
Q 13³ composto
R 17³ maggiore di
TABELLA 6
La formula aritmetica ‘zero eguale a zero’ ha come numero di Gödel il numero 243 000 000.
Leggendo da A a E, la tabella mostra come il numero venga tradotto nell’espressione che rappresenta; leggendo da E ad A, come si possa dedurre il numero di Gödel per la formula scritta.
A 243 000 000
B 64 ´ 243 ´ 15 625 C 26 ´ 35 ´ 56 D
6 6
6
¯ ¯ ¯
0 = 0
E 0 = 0
Nota informativa sul testo e gli autori
Gli autori si ripromettono di rendere facilmente comprensibile la potenza argomentativa di Kurt Gödel, paragonabile almeno con quella di Euclide e che rappresenta uno degli apici del pensiero matematico, raggiunto paradossalmente proprio con una dichiarazione d’impotenza.
Si tratta del metodo assiomatico, di quel metodo cioè, che consiste nell’accettare senza dimostrazione certe proposizioni come assiomi , e quindi nel derivarne come teoremi tutte le altre proposizioni del sistema. Tale metodo sosteneva tutta la grande costruzione dell’aritmetica e, nelle fondamenta di David Hilbert, tendenti a dargli una compiutezza come sistema logico, raggiungeva la soddisfazione estetica.
Eppure proprio qui il metodo fallí: il ragionamento assolutamente lineare di Gödel, reso ancora piú semplice dalla prodigiosa capacità espositiva degli autori, pone in luce le limitazioni del metodo e di qualunque costruzione su di esso basata, e piú in generale l’incompiutezza di qualunque sistema.
Le idee di Gödel - di cui i lettori noteranno certe affinità con quelle esposte da Heisenberg in altri libri di questa stessa collana - sono presentate dagli autori premettendo una succinta ma completa esposizione della logica formale.