SYLVIE COYAUD

Algoritmi per la crescita

La matematica come vero motore della "knowledge economy", dalla quale però rischia di restare schiacciata

E se la matematica fosse il vero motore dello sviluppo? Un giorno qualcuno scoprì che, in riva al mare, quattro conchiglie valevano una lepre (4=lx) ma ben sei lepri dietro le colline (4= 6x). Inventò così la matematica applicata e l'economia. Dopo, molto dopo, qualcuno tracciò ipotenuse sulla sabbia e discusse teoremi. Quella era matematica pura; intanto l'altra, l'impura, già faceva circolare merci e denaro senza perderne per strada. Più tardi, avrebbe calcolato come costruire le macchine della rivoluzione industriale e verificato le teorie di quella scientifica, piccola staffetta tra rivoluzioni, stenografa dei saperi. Sennonché giunse la fata informatica e trasformò Cenerentola in principessa della knowledge economics. Venne il tempo dei brevetti.
Alcuni matematici pensano di vivere per sempre ricchi e felici. Ai riconoscimenti del mercato, altri preferiscono quello dei propri simili. E quello della comunità scientifica. Alan Perelson, del Santa Fé Institute per lo studio della complessità, dirige il gruppo di biologia e biofisica teorica del laboratorio di Los Alamos. Cerca "di capire le dinamiche di malattie virali da Hiv, influenze, epatiti e come trattarle, di costruire modelli di interazioni recettori-legandi e segnaletica cellulare; di prevedere strutture e dinamiche macromolecolari". Insomma l'evoluzione di un sistema complicato, mosso, non lineare come la vita. Fino al 1996, si moriva di Aids in 6-10 anni. Nei Paesi ricchi l'Aids è oggi una malattia cronica perché biologi come David Ho hanno chiesto aiuto a Perelson e modelli d'interazione tra Hiv e sistema immunitario per identificare i siti ai quali era più probabile che il virus si appigliasse e le proteine da inibire per renderlo meno nocivo. I "cocktail" di inibitori sono nati, molto più in fretta del previsto, dalle previsioni di quei modelli. Perelson è pago di citazioni nelle riviste, per lui non si brevetta un modello e nemmeno l'algoritmo che lo fa evolvere sui computer.
La crittografia, altra matematica esplosa insieme ai computer è sempre stata impura: non serve che sia carina, basta che resista agli assalti del nemico, un bunker. E l'algoritmo? Fino a poco fa doveva essere un'architettura di algebra e logica elegante, snella, compatta, creativa: era "smart" se possedeva la potenza e la fluidità del giaguaro. E se una volta nel software, questo faceva le bizze, non era colpa dell'autore ma dì qualche grumo lasciato dalla manovalanza programmatrice.
Il primo software - per far regolare da un computer la temperatura di fusione della gomma per pneumatici - è stato brevettato nel 1981. La rondine non ha fatto primavera: un tribunale ne ha messo in dubbio l'originalità e l'innovazione. Inoltre era chiaro a tutti che una serie di algoritmi è raramente nuova di zecca. Di solito ricicla pezzi precedenti la cui paternità è incerta o condivisa da più persone, alcune defunte da tempo. Nel 1997 però, si sono brevettati algoritmi banali che inseriscono paragrafi e note a piè di pagina nei programmi di videoscrittura, e da allora brevettare algoritmi, anche poco "smart", è diventata un'ossessione americana. L'8 aprile scorso, sotto il titolo "Guerra di brevetti" e con accenti da Marsigliese, l'"Economist" chiamava gli europei alla riscossa: "Vi conviene armarvi, lo fanno tutti". Ma criticava il sistema americano di manica larga e preda dei monopoli: stava degenerando in una litigiosità indecorosa, in danni miliardari per violazione di priorità inesistenti, in "fabbriche di algoritmi a scopo cause e risarcimenti". L'Ufficio brevetti americano si autofinanzia. Più accetta richieste (16mila nel 1999), più guadagna e quindi non ne controlla l'originalità con la dovuta pignoleria. Perciò la legge è chiamata a tutelare parimenti un farmaco messo a punto con decine di anni e di miliardi, il metodo per misurarsi il giropetto e ottenere la taglia standard del reggiseno e quello che la Costituzione americana esclude: "le verità scientifiche e la loro espressione matematica".Alcune di queste espressioni sono tutelate perfino quando sono false. JeanLoup Gailly, autore dei noti algoritmi di compressione gzip e zlib, colleziona i granchi dell'Ufficio brevetti: il suo preferito è "la compressione di una sequenza random di due bit in un bit". Miracolo! Questi algoritmi "comprimono" i dati e permettono di trasmetterli via modem in pochi secondi. Sono costruiti con la matematica dei codici binari sviluppata da Richard Hamming, Marcel Golay e David Huffman negli anni 40 e 50. Alcuni sono mitici, per esempio la serie LZW, pubblicata nei primi anni 80 da Abraham Lempel, Jacob Ziv e Terry Welch e affinata da Ross Williams e altri nei primi anni 90. E quella delle immagini in formato GIF e dei testi in Postscript dei web. Ne ha il brevetto la società Unisys, con grande costernazione di alcuni autori che per anni avevano incoraggiato gli studenti a elaborarla credendola di dominio pubblico. Non possono fare nulla perché scrive James Gleick in Patently Absurd sul "New York Times" del 12 marzo - "in teoria, ottenere la revoca di un brevetto assurdo è possibile, ma costa almeno un milione di dollari".
Negli anni 90, lo sviluppo di software per la rete non era frenato da brevetti: "le idee buone viaggiavano liberamente, affluivano menti brillanti e capitali" ("The Economist"). Oggi le grosse aziende devono comprare quelle piccole detentrici di brevetti e farsi guerra tra loro. Da sei mesi l'elenco dei processi si allunga e secondo molti analisti è la vera causa dietro il calo dell'indice Nasdaq.
Joseph Malkovitch della City University di New York osserva che i guadagni promessi dalla knowledge economics ne frenano il motore: la libera circolazione delle idee matematiche. Secondo lui, Einstein ci penserebbe due volte prima di pubblicare E =mc2 per il timore di vedere la formula brevettata da qualche azienda, e processato l'ingenuo che prima di lavorarci sopra non si fosse informato all'Ufficio brevetti. Una procedura cara, lunga e inaffidabile perché i brevetti sono indicizzati in base al prodotto finale, per esempio "sistema per aste on-line", e nessuno ha tempo di leggere i particolari sull'eventuale uso inedito delle trasformate veloci di Fourier, poniamo.
Malkovitch propone una mediazione fra brevettomani e brevettofobi. L'informatica ha già troppi pirati, dice, chi investe tempo e pensiero va protetto ma per due o tre anni, non per venti. Altrimenti sarà come "sbarrare il flusso delle idee verso le riviste. Sono idee vitali di per sé e potrebbero figliare meravigliosi sistemi che in futuro qualcuno brevetterà". Jeff Bezos di Amazon, la più grande libreria on-line, concorda e suggerisce la creazione di un database del software, per aiutare l'Ufficio brevetti a evitare granchi. Una riforma gli pare urgente, il movimento per la gratuità sta crescendo: "Se convince Clinton e Blair a intervenire contro i brevetti sugli algoritmi come hanno fatto a marzo per i brevetti sui geni, l'indice Nasdaq non si riprenderà". E le sue conchiglie non varranno più una lepre.